La visione simbolica dell’invidia

La parola “invidiare” deriva etimologicamente dal latino ed in origine significava “vedere male“.
È quindi una “distorsione dello sguardo” che rende la visione dell’invidioso difforme dalla realtà, non giusta. Lo sguardo invidioso determina un’immagine mostruosa come quella restituita da uno specchio deformante.
Si sostiene che invidiare significa “guardare con sguardo bieco“, dove bieco sta per obliquo, torvo. Chi osserva in tal modo il mondo, non può vederlo che erroneo, lo vede deformato da uno specchio mentale che ingigantisce i successi ed i talenti altrui e nasconde i propri.
L’invidia è in fondo una malattia, e come tale danneggia in primo luogo l’invidioso.
Il male come distorsione è ben rappresentato dall’Arcano dipinto da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova. Si osservi nella figura la donna che incarna l’invidia: corna ed orecchie di bestia ne rappresentano la povertà di doti umane anche nell’aspetto; la borsa che tiene nella sinistra è presumibilmente piena di denaro, ma la destra si protende in avanti per afferrarne ancora.
A questo proposito è significativo e simbolico il brano dell’Inferno di Dante, che con le parole di Brunetto Latini accomuna l’invidia all’avarizia ed alla superbia (XV, 67-68):
Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
gent’è avara, invidiosa e superba …

E non è certamente un caso che si chiamino “orbi” gli invidiosi, poiché la loro vista è difettosa, come già aveva intuito Cechov, quando scrisse: “Dall’invidia si diventa strabici“.
Però, nell’affresco, il diabolico serpente che esce dalla bocca dell’Invidia è un’allegoria ancora più chiara: l’animale si ritorce contro la donna che lo ha generato e punta proprio agli occhi, dove il male si esprime con una deforme visione.
È evidente come la prima vittima dell’Invidia personificata sia lei stessa.
Il male si localizza nell’organo della vista provocando il “malocchio“: il veleno del serpente inquina la visione, la mente si agita nella sofferenza ed il pensiero si avviluppa come il rettile in mille e mille volute che alimentano il risentimento ed il dolore. L’invidia è una malattia piuttosto che un vizio capitale, e l’ignoranza della propria condizione ne è la prima responsabile.
L’invidia è una terribile fonte di infelicità, come rammenta Bertrand Russell, non dà piacere a nessuno, neanche per un attimo, come possono fare la lussuria o la gola. L’invidia non è neanche uno sfogo naturale come l’ira, anzi il fuoco divora simbolicamente l’Invidia giottesca con quindici lingue di fiamme rosse che sembrano essere la porta dell’Inferno da cui il male scaturisce; quindici come il numero associato al Tarocco comunemente chiamato “Diavolo”: il XV Arcano, che nei più antichi mazzi appare significativamente dotato di molteplici occhi.
Tanti occhi in realtà invitano a guardarsi dentro senza veli e senza deformazioni indotte dalla società alla mente da essa condizionata, e non certo ad avere uno sguardo “distorto“.
Un invito a riconoscere l’inutilità del sentimento dell’invidia anche nei casi in cui non ci si senta, in un determinato spazio-tempo, valorizzati dalla società, perché ogni individuo è espressione di un Sé eterno e divino che percorre un cammino che porta comunque alla Realizzazione: un Sentiero “uguale” eppure “diverso” da quello degli altri esseri umani.

Giovanni Pelosini

(pubblicato in «AstroMagazine», settembre 2005)



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