L’emozione fuggente (di Lorenzo F.L. Pelosini)

Ed eccoci di nuovo qui, affezionati lettori (almeno, io mi sono affezionato, spero anche voi). Come va? A me bene, visto che sono ancora qui a propinarvi i miei pensieri sconnessi.
Sapete, qualche giorno fa ho detto ad alcuni miei amici che se mi fossi un giorno ritrovato a fare il critico cinematografico, avrebbe significato che ero arrivato alla frutta.Questo perché penso che lo scopo del critico, lo dice la parola stessa, sia quello di criticare ciò che gli altri hanno fatto, senza mai impegnarsi attivamente per fare qualcosa di meglio. Ben presto chi lo fa si ritrova a cercare il pelo minuscolo (ma tuttavia esistente) anche nel grande uovo del capolavoro. E dato che un critico è, purtroppo, tanto più rinomato quanto più riesce a trovare difetti, il suo occhio si allena a trovarne sempre di più.
Del resto, sono il primo a non approvare lo spettatore che gioisce solo perché privo di papille gustative, ma provvisto solo di uno stomaco capiente.
Penso che, a conti fatti, la virtù stia nel mezzo.
Detto questo vi annuncio subito che quello che ho intenzione di fare di qui in avanti, col vostro sostegno e con quello del buon vecchio amico Tempo, sarà solo una umile (e assolutamente soggettiva) misurazione del quantitativo di emozione insito all’interno di un’opera cinematografica, niente di più. Magari prenderò un po’ in giro i film che ritengo essere già la parodia di loro stessi, ma solo per sfogarmi un po’ e farvi fare quattro risate.
E per l’amor di Dio, se la mia opinione andasse a turbare la vostra quieta venerazione per qualche film, vi prego, considerate che questa opinione è stata espressa da un ragazzino saputello che non ha bisogno di tagliarsi la barba più di una volta a settimana.
Okay? Bene! Passiamo a cose serie.
Visto che mi sono dilungato nei preamboli, oggi parleremo solo in generale dell’emozione nel Cinema.

Cos’è che rende grande un film e in generale rende grande qualunque cosa?
Se mi rispondete i soldi, siete un branco di materialisti.
Ma avete ragione… al quaranta per cento.
I soldi sono un mezzo per diffondere il vero fine: l’emozione.
George Lucas ha girato il primo film della serie di Star Wars con ogni sorta di problema economico, con la sola abbondanza di entusiasmo: quel film è diventato il suo capolavoro, ha inaugurato un genere, ha creato personaggi immortali, ha entusiasmato svariate generazioni e ha dato vita all’industria di effetti speciali più importante del mondo.
Negli ultimi anni Lucas ha finalmente potuto girare gli ultimi tre episodi della sua saga, per la prima volta senza alcun limite di tecnologia e denaro. Il risultato, seppur straordinario, non è minimamente all’altezza della trilogia classica.
Questo perché l’emozione, come il tempo, fugge.
E questo è il motivo per il quale tendo a credere in un film piuttosto che nel regista, come ammiro più il fatto che Dio possa aver creato il cielo, piuttosto che ammirare Dio stesso (il quale, tra l’altro, sembra avere lo stesso vizio dei registi di restare sempre nascosto dietro la cinepresa e mai davanti, ma così è giusto che sia).
In verità quest’emozione per molti registi resta un mito o un sogno e ora più che mai si smette di cercarla e così tutto tende ad inaridirsi.
Ma come si crea l’emozione, o meglio, se è vero che nulla si crea e nulla si distrugge, come si assembla?
Come disse Pieraccioni (sebbene non sia una delle fonti che cito più spesso e neanche uno dei registi che venero): «I momenti indimenticabili della vita di una persona, sono cinque o sei. Il resto, fa volume.»
E così avviene nel Cinema: scomponendo il tutto, quello che veramente ci colpisce di un film sono quei piccoli, inafferrabili, momenti di perfetto connubio di regia, espressività dell’attore, luce, storia e musica. Tutti elementi che in quell’istante sembrano andare a ritmo di una musica ancora più alta.
In realtà il perché di quell’emozione il più delle volte resta un assoluto mistero per coloro che la creano, come per coloro che se ne beano.
Nessuno sarà mai in grado di spiegare a parole perché quando, nel mio amato ed iper-citato Ritorno al Futuro, l’eccentrico Doc si getta giù dalla torre dell’orologio appeso ad un cavo a ritmo di tuoni e musica, si inneschi in noi una sensazione inebriante, o perché un piccolo hobbit che perde una lacrima mentre tiene in mano un anello che incarna il male assoluto sia in grado di farci vibrare le corde del nostro violino interiore. Potrei provare a dirvi che è perché incarnano degli archetipi eterni riproposti in maniera totalmente nuova che ci risulta tuttavia familiare, ma sarebbe comunque poca cosa.
Dovremmo forse accettare il fatto che la vera emozione è più di quanto riusciamo a capire e quasi quanto riusciamo a sentire.
E grazie a Dio è così, perché altrimenti la settima arte non avrebbe motivo di esistere.

Lorenzo F.L. Pelosini



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