2012: la fine di un’epoca?

Chi come me, per questioni soprattutto anagrafiche, ha ancora memoria della civiltà contadina dovrà prendere atto che quella cultura è ormai di fatto estinta: i miei coetanei sono stati testimoni di un’evoluzione tecnologica, economica e sociale che ha decisamente trasformato l’Italia, e con essa gran parte del mondo. In certi aspetti, negli ultimi sessanta anni, il modo di vivere e di pensare è cambiato più radicalmente che non nei precedenti due secoli.
Per gli storici del futuro la settecentesca rivoluzione industriale sarà ben poca cosa in confronto, per esempio, alla rivoluzione informatica e a quella biotecnologica, che abbiamo visto nascere, ma non ancora svilupparsi in tutta la loro enorme potenzialità, né produrre effetti nel medio-lungo periodo al momento davvero imprevedibili.
Alcuni princìpi culturali dell’antica civiltà contadina sono rimasti pressocché immutati per millenni, dal Neolitico fino al secolo scorso. L’agricoltura e l’allevamento sono stati sempre alla base di ogni civiltà, e le modalità di sfruttamento di questo settore primario non sono sostanzialmente cambiate per molti secoli. In tutto questo tempo guerre, invasioni, pestilenze, carestie hanno fatto crollare imperi e sorgerne di nuovi; sentimenti religiosi, linguaggi, stili di vita si sono succeduti uno dietro l’altro, mentre le dinastie si rinnovavano senza sosta.
Eppure, malgrado l’incessante scorrere del tempo e le piccole e grandi trasformazioni culturali, alcuni valori fondanti hanno continuato ad essere condivisi da tutti i popoli che hanno abitato questa porzione del pianeta.
Sono cambiati i popoli o le classi dominanti, la lingua e la religione, la moneta corrente e le condizioni di vita, ma sempre la terra ha dato nutrimento, sempre i contadini l’hanno coltivata con dedizione e rispetto. Conseguentemente ogni popolo, di qualunque epoca, origine e tradizione, ha sempre condiviso con gli altri i princìpi universali della cultura contadina: quegli stessi princìpi che sono stati alla base dell’evoluzione della società dal Neolitico ai nostri giorni.
A qualcuno forse non sarà evidente quanto ancora vivano in noi i retaggi dei nostri antenati, che erano agricoltori per necessità e per sentimento; ma chi ricorda i fuochi solstiziali che celebravano l’ancestrale Calendario Sacro nelle campagne, le tradizioni popolari della semina e della mietitura, i buoi bianchi aggiogati a tirare l’aratro, i ritmi solari circadiani e annuali che scandivano la vita, non avrà difficoltà a comprendere l’entità e l’importanza della recente e attuale trasformazione sociale.

Effetto 2012

Il momento storico che stiamo vivendo è complesso e sono sempre più numerose le persone che percepiscono un clima da “fine epoca”. Già da alcuni anni mi aspettavo questa sindrome e, complice la crescente ansia da “effetto 2012“, immagino che l’inquietudine tenderà ad aumentare nei prossimi mesi, e che i media contribuiranno a ciò con informazioni superficiali, incomplete e/o scorrette.
Pochi giorni fa una mia studentessa adolescente mi ha chiesto allarmata se pensavo plausibile la “fine del mondo” prima che lei fosse maggiorenne; e anche molti adulti mi pongono domande analoghe, chiedendo il mio parere.
Effettivamente esistono concreti motivi di preoccupazione per il futuro: si pensi solo alla crisi economica e finanziaria di cui abbiamo recentemente visto solo alcuni drammatici effetti; per non parlare della crescente difficoltà dei governi di tutto il mondo nel gestire le problematiche ecologiche oppure i flussi migratori, i minacciosi arsenali nucleari, le crisi politiche e le numerose guerre che insanguinano vari angoli del pianeta. Ci avviciniamo anche al punto in cui molte delle risorse non rinnovabili del pianeta di cui ancora abusiamo allegramente tenderanno a esaurirsi, e non mi riferisco solo ai combustibili fossili, ma anche alla preziosa acqua potabile, alle foreste, ai minerali, alla biodiversità…
Al problematico scenario mondiale, il nostro Paese è purtroppo fra i primi ad aggiungere una diffusa crisi morale, politica e sociale di un certo rilievo, che va a intaccare certi valori fondanti fino a pochi anni fa ancora largamente condivisi (o almeno che sembravano tali).
Davvero non era necessario scomodare gli antichi Maya e il loro calendario per immaginare che il mondo così come lo abbiamo conosciuto sia in una fase di grande e rapida trasformazione. Né servivano le pessimistiche previsioni della NASA sull’attività magnetica solare dei prossimi anni, la profezia di Malachia sugli ultimi Pontefici e altre mistiche o scientifiche visioni del futuro.
Però non credo che sia utile pensare al verificarsi di chissà quale disastro globale, né temere la fine del mondo.
Al di là delle tante apocalittiche previsioni, che probabilmente saranno in gran parte smentite dai fatti come altre millenaristiche catastrofi annunciate anche nel recente passato, conviene invece prendere atto della necessità di nuovi paradigmi dominanti in sostituzione di quelli che si stanno estinguendo.

I tre possibili scenari futuri

L’umanità, con i suoi princìpi fondanti la società, i valori condivisi, e tutto ciò che è considerato essere il suo patrimonio culturale, è oggi di fronte a tre possibili sviluppi futuri:

1) il recupero di antiche tradizioni, essoteriche e/o esoteriche;

2) la metamorfosi evolutiva degli attuali sistemi;

3) la sostituzione radicale dei medesimi.

  • 1) Ragionevolmente possiamo pensare che il primo scenario possa realizzarsi soltanto grazie a relativamente piccoli gruppi coesi, motivati e organizzati, eventualmente in grado di allargarsi alle masse nel tempo. Non è uno sviluppo molto probabile, ma plausibile nell’ottica dell’universalità dello spirito umano ed umanistico, di un’etica che superi i limiti del tempo e delle stesse contingenti morali, di una coscienza illuminata e consapevole.
  • 2) La seconda possibilità richiede prima di tutto una volontà e una capacità gestionale che gli attuali governi non mostrano di avere, e probabilmente tempi lunghi; ovvero occorre che si verifichino eventi che mettano in crisi gli attuali sistemi economici e sociali al punto da rendere inevitabili scelte che conducano a un progressivo cambiamento. Perché ciò avvenga è importante che le eventuali crisi non giungano contemporaneamente all’acme, cioè non si sovrappongano e si alimentino a vicenda facendo rapidamente crollare l’equilibrio sistemico globale, cosa che renderebbe estremamente difficoltosa la gestione della metamorfosi evolutiva dello stesso in una situazione presumibilmente molto caotica.
  • 3) In quest’ultimo caso si potrebbe verificare la terza opzione, con modalità più traumatiche che non fisiologiche. Il terzo scenario che prevede la sostituzione radicale degli attuali sistemi, infatti, potrebbe verificarsi solo in seguito a eventi di fortissimo impatto.

È anche possibile che i tre scenari sommariamente descritti si verifichino contemporaneamente in diverse aree del globo, e che nel tempo i diversi effetti vadano a interagire e a generare una situazione plasticamente complessa.
Credo che al momento nessuno sia in grado di fare previsioni attendibili, e che queste mie stesse ipotesi possano essere contraddette presto dalla realtà, che, come è noto, supera sempre la fantasia per qualità e quantità di avvenimenti. Quindi questo pezzo non ha alcun intento “profetico”.
Il motivo per cui l’ho scritto è esclusivamente quello di riflettere e di far riflettere: se davvero stiamo per vivere una grande epocale trasformazione, abbiamo bisogno di esserne tutti pienamente consapevoli.

Le scelte del presente e il futuro

Nessuno può conoscere il futuro, soleva dire il mio maestro spirituale, eppure non mancava mai di dispensare consigli saggi a chiunque lo interpellasse: egli riusciva con facilità a prevedere quali rischi e quali opportunità una persona avrebbe incontrato sul suo cammino, ma non poteva certo sapere con certezza come tale persona avrebbe reagito nelle future circostanze. Nella speranza di aiutarla, la metteva in guardia e le consigliava il miglior atteggiamento possibile.
Nello stesso modo nessuno oggi può sapere che cosa avverrà domani, ma i molti esseri umani sensibili e attenti alla realtà si interrogano sulla crescente criticità dei sistemi attuali, e riflettono sulle possibili soluzioni.
Dopo aver parlato di tutto questo con l’amico Ervin Laszlo, che è uno dei massimi esperti del mondo di tali argomenti, sono sempre più convinto che il diffondersi di una consapevole sensibilità potrebbe ancora cambiare il destino dell’umanità.
Siamo giunti ormai al punto in cui cambiare strada non è solo opportuno, ma necessario: i vecchi paradigmi ancora dominanti appartengono al passato e si rivelano giorno dopo giorno sempre meno sostenibili, mentre nuovi modelli di vita si fanno strada nelle coscienze.
Le crisi che stiamo cominciando ad affrontare rappresentano, come affermava Albert Einstein, una grande opportunità per la specie umana e per il pianeta.
Il nostro compito è quello di apprendere dall’esperienza e di agire conseguentemente nel modo migliore possibile, consapevoli che, nei momenti critici, le priorità potrebbero cambiare e le possibilità di intraprendere un cammino diverso e più adatto alle circostanze aumentare. L’importante è non arrendersi di fronte a pessimistici scenari non ancora del tutto determinati, non essere passivi spettatori convinti di essere impotenti né lasciarsi prendere dallo sconforto. Nello stesso tempo occorre anche abbandonare quegli atteggiamenti, individuali prima che collettivi, che hanno portato l’umanità a sfruttare eccessivamente le risorse non rinnovabili, il suolo, l’atmosfera, le acque, gli animali, nonché se stessa, nell’unica ottica del profitto immediato.
È quindi il momento di cambiare direzione, il momento di coordinare le coscienze e di radunare le forze: il momento di pensare, riflettere sulle rispettive responsabilità, e quindi di agire.
Si narra che l’orchestra del Titanic abbia continuato a suonare a lungo anche dopo l’urto con l’iceberg che provocò il famoso naufragio, mentre alcuni ancora ballavano, e certamente molti passeggeri e marinai impiegarono un tempo eccessivo per rendersi conto della gravità della situazione.
Questo non deve accadere sul nostro pianeta. Oggi la nostra nave procede spavaldamente a grande velocità in un mare pieno di iceberg, ma non ci siamo ancora scontrati con una montagna di ghiaccio. Le nostre scelte di oggi determineranno il nostro futuro: possiamo rallentare, cambiare rotta, organizzarci al meglio, oppure continuare allegramente come gli orchestrali del Titanic.
In ogni caso, qualunque scelta faremo (e ormai anche se non ne faremo alcuna), il cambiamento è all’orizzonte.
Siamo dunque di fronte non alla “fine del mondo“, come alcuni temono, ma alla “fine di un mondo“, di un modello di vita, di un’epoca; e saremo probabilmente i testimoni dell’inizio di una nuova era in cui possiamo sperare davvero prevalgano le virtù umane e divine che ci appartengono.
Se questo cambiamento avverrà proprio nel fatidico 2012 io non lo so (e penso che non lo possa sapere nessuno), però a me sembra che stiamo già cambiando.

Giovanni Pelosini



1 Commento a "2012: la fine di un’epoca?"

  1. Hugus

    Caro Giovanni, sono pienamente concorde con la tua disamina sulla questione e sinceramente meravigliato nel constatare che il “mondo” stia ancora affacciato alla balaustra del ponte ad osservare incantato la nave sfasciarsi sull’iceberg.
    Ciao
    Hugus

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