Le maschere delle cose

Perché è così difficile trovare un accordo? Perché le persone si intendono così poco?
Stamani mi sono svegliato con questo pensiero in mente, e subito mi sono tornate alla memoria, ancora una volta, le sublimi parole del bardo inglese (Romeo e Giulietta, atto II, scena II):
Che cosa c’è in un nome?
Quella che noi chiamiamo rosa,
anche chiamata con un’altra parola,
avrebbe lo stesso odore soave
“.
Ebbene sì, i nomi, le appartenenze, le categorie condizionano il nostro mondo e le nostre scelte ben oltre la reale essenza delle cose e delle persone.
Anche quando ci presentiamo, difficilmente facciamo a meno di qualificarci con il nome, se non con frasi del tipo “sono il figlio di…“, “sono un farmacista“, “sono un italiano“… Sembra inevitabile identificarci con maschere diverse in base alle diverse circostanze. E talvolta ci crediamo così tanto da diventare schiavi delle apparenze, diventate abitudini.
Ci crediamo così tanto che potremmo arrivare al punto di non apprezzare una rosa per quello che è, se si chiamasse con un altro nome.
I nomi, le parole sono nati per intenderci e, paradossalmente, possono contribuire al disaccordo.
Ma cosa sono davvero le parole? Le parole stanno alle cose come le maschere ai volti reali che nascondono. Le parole sono dunque le maschere delle cose, diaboliche e plutoniane maschere, necessari aggettivi per la mente dialettica e inutili orpelli per gli spiriti che se ne lasciano spesso fuorviare.
Sembra di essere davvero a teatro: gli attori hanno indossato una maschera e si sono dimenticati di toglierla dopo aver recitato. Scendono dal palco e rimangono ancora personaggi senza autore che recitano a soggetto o secondo standardizzati copioni.
A tale proposito Luigi Pirandello, in Sei personaggi in cerca d’autore, scrisse:
Abbiamo tutti dentro un mondo di cose: ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro? Crediamo di intenderci; non ci intendiamo mai!

Sono tornato da poco da Copenaghen, dove i leader mondiali si sono confrontati con scarso successo dal 7 al 18 dicembre 2009 sulla grave problematica dei cambiamenti climatici del pianeta. La Conferenza Mondiale sul clima non ha avuto i risultati sperati perché questi leader non hanno trovato un accordo soddisfacente.
Mentre i potenti della terra erano riuniti nel salone delle conferenze di Bella Center, io ero a poche centinaia di metri, sui canali della città e osservavo le belle case con i colori che danno vivacità al cielo invernale, spesso grigio e sempre precocemente scuro. La bella città danese è accogliente e funzionale, gli abitanti sono sorridenti e civili (finché limitano i litri di birra), i bambini numerosi e felici. Sul canale di Nyhavn, un po’ infreddolito dal dicembre nordico, guardavo le case colorate e pensavo alle parole della mia amica Francesca: «Vai a Copenaghen?» mi aveva detto poco prima della partenza. «Accidenti, non so nemmeno come si scrive!»
Già, come si scrive? Copenaghen sembra il modo più corretto per noi, ma la forma inglese Copenhagen è frequente in Danimarca come in Italia, e si pronuncia più o meno nella stessa maniera. I danesi poi, giustamente, pronunciano a loro modo e scrivono Køpenhavn, e talvolta ho visto scritte antiche come Kiøpenhavn.
Meno male che tutti, con differenti nomi, intendono la stessa città, ma la convenzione purtroppo si ferma qui, perché ciascuno “vede” la città in modo diverso, perché ciascuno pensa e agisce secondo il proprio pirandelliano personale “mondo di cose“.
È così che i più potenti leader della terra non sono riusciti a trovare un accordo per risolvere veramente il problema del riscaldamento globale, mentre i ghiacciai artici stanno ormai velocemente fondendo, così come ha fatto la scultura dell’orso polare di ghiaccio groenlandese realizzata a scopo dimostrativo sullo Strøget, la zona pedonale della città.
I più ottimisti sugli esiti della Conferenza Mondiale sul clima di Copenhagen (che significa “Porto dei Mercanti”) avevano osato scrivere il nome della capitale danese con l’intelligente gioco di parole Hopenhagen, che potremmo liberamente tradurre con “Porto della Speranza”.
Purtroppo, nel confronto tra Paesi industrializzati e Paesi emergenti, hanno prevalso l’egoismo e l’incomprensione. Le attuali generazioni sembrano disposte a rinunciare a una quota troppo piccola di “benessere” per garantirne un po’ anche ai nostri figli e nipoti, o almeno così preferiscono credere i nostri governanti.
E ancora una volta mi chiedo: perché è così difficile trovare un accordo? Perché le persone si intendono così poco, anche quando l’accordo è urgente e vitale?
Che, almeno in parte, sia ancora una volta colpa dei nomi, maschere della realtà?
Sarà perché, quando ci si confronta con qualcuno, si pensa spesso di affrontare un avversario, piuttosto che incontrare un compagno che condivide con noi una parte del lungo viaggio che gli esseri umani stanno compiendo su questo piccolo pianeta alla deriva nello spazio?
E, se è così, che soluzione ci può essere per noi tutti?

La bella Giulietta di William Shakespeare era giovane ma saggia quando si chiedeva: “Che cosa c’è in un nome?” E la ragazza Capuleti manifestava ancora saggezza quando, dal balcone di Verona, diceva al suo Romeo: “Il tuo nome soltanto è mio nemico: tu sei sempre tu stesso, anche senza essere un Montecchi“.
In queste poetiche frasi, ho intravisto infine una possibile risposta al cosmico dramma umano dell’incomprensione, alla condanna dei personaggi pirandelliani di tale dramma, incapaci di togliersi la maschera e inconsapevoli di indossarla.
A un certo punto il “personaggio Giulietta” chiede al “personaggio Romeo” quale sia la sua reale identità con la fatidica domanda:
Non sei tu Romeo e un Montecchi?
La risposta di Romeo è sublime. Essa proviene direttamente dal cuore, senza fraintendimenti mentali, senza egoistiche remore, senza inutili e dannose distinzioni:
Né l’uno né l’altro, bella fanciulla, se l’uno e l’altro a te dispiace…
Romeo è semplicemente e finalmente un uomo, non più un vacuo personaggio immaginato da uno sconosciuto autore che si muove inconsapevolmente sul palco teatrale, e, da vero essere umano, riconosce le maschere che indossa.
Nei tempi oscuri come in quelli luminosi, egli sa che c’è una sola soluzione al dramma che è chiamato a interpretare: l’Amore.
Quando si sceglie con amore, quando si sceglie l’Amore, si supera ogni difficoltà dialettica, ogni maschera si scioglie come il ghiaccio polare in tempi di riscaldamento globale, e il vero volto umano appare nella sua intima e divina essenza.
Con l’Amore finalmente la “Rosa” ci si presenterà per ciò che è, con il suo “odore soave“, e non per ciò che appare alla mente dal suo nome e dal nostro personale “mondo di cose“.

Giovanni Pelosini

(Le foto delle rose sono di Marina Coretti)



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