L’Arte dei Tarocchi e I Santini Del Prete su Juliet Art Magazine

I SANTINI DEL PRETE E L’ARTE DEI TAROCCHI

di Barbara Martusciello

Per inquadrare criticamente I Santini Del Prete bisogna partire dall’inizio: in treno. La frase non è scelta accidentalmente perché, guarda caso, I Santini Del Prete con i treni hanno un legame stretto, oltre che tra di loro… ma andiamo per ordine.

Il livornese Franco Santini e il napoletano Raimondo Del Prete lavorano nelle italiche Ferrovie. Tutti e due in Toscana per scelta o necessità professionale, si sono incontrati molti anni fa a Rosignano Marittimo, divenuto comune di residenza di entrambi, scoprendo di fare più o meno lo stesso lavoro e, soprattutto, di interessarsi di arte contemporanea. Le vie misteriose del fato sono infinite, a quanto pare…

I due ferrovieri iniziano a sperimentare creativamente insieme e la cosa funziona tanto da farli decidere di accostare i loro singoli cognomi in un binomio artistico strepitosamente surreale: I Santini Del Prete, appunto. Per la nuova entità creativa arrivano gli inviti alle mostre, alle fiere e via di questo passo, come da prassi, sino a una partecipazione errante durante l’edizione della Biennale di Venezia del 1999.

Quello che in questa storia incuriosisce e interessa più di tutto, dal punto di vista critico, è la dichiarazione da parte dei due artisti, opera dopo opera, performance dopo performance, esposizione o evento, di non essere artisti ma… ferrovieri. Non è, questa loro, una negazione del loro valore o di quello dell’arte ma una presa di posizione che si può tranquillamente collocare tra Duchamp e… Totò. La vita entra prepotentemente nell’arte viceversa, scompagina i luoghi comuni e le verità assodate con una fragorosa rivoluzionaria “risata” che non “seppellisce” ma fa pensare e permette una crescita intellettuale ed esistenziale.

Il motto da loro adottato –appunto: non siamo artisti siamo ferrovieri– e la particolare concretizzazione del loro lavoro in tante forme diverse vuole essere, prima di tutto, un’apertura del concetto stesso di arte che diventa o può così diventare “per tutti” e viaggiare senza mostrare la patente: iniziando da espressioni colte ma allo stesso tempo democratiche, di bassa tecnologia e bassissimo costo come la mail-art, fax e copy art. Da lavori che rientrano in tali linguaggi, i due ferrovieri-artisti (o artisti-ferrovieri?) approdano alla performance, usando il loro corpo per trasformarsi in oggetti d’arte: in divisa –vera, ma ormai fuori ordinanza– da ferrovieri. Indossando questi panni, praticamente quelli di tutti i giorni, agiscono in eventi di vario ordine e grado sottolineando l’aspetto quotidiano del loro operare e rivelando una faccia della medaglia dell’arte, per così dire, più domestica. I due non hanno soggezione della storia dell’arte, che conoscono tanto quanto il sistema che attualmente lo regola e con il quale scherzano seriamente. Giocano, infatti, con uno dei suoi ruoli-chiave, quello del Critico (e Curatore) d’Arte Contemporanea, facendosi supportare spesso da un loro critico personale (Patrizia Landi, ironia della sorte, figlia di ferrovieri) trasformato in teorico prêt-à-porter, viaggiante con loro e talvolta partecipe della performance.

La memoria dei loro eventi, com’è quasi sempre prassi nell’esperienza performativa, resta in forma di fotografia e video: documentazione e anche, parallelamente, palesamento delle motivazioni concettuali del loro lavoro. E’ questo il caso, tra i tanti, dell’ultima loro fatica che li vede creatori di una serissima versione dei Tarocchi.

Con Giovanni Pelosini (ideatore e regista del progetto), vero studioso e competente in materia, hanno dato corpo ad una versione degli arcani maggiori. Come artisti-ferrovieri-artisti, lo hanno fatto alla loro maniera: ideando ventidue set che ricostruiscono una particolare rappresentazione delle figure delle magiche carte, ovviamente indossando la mitica divisa color carta da zucchero scuro. Inscenando una sorta di tablaux vivant all’aria aperta –nella splendida natura toscana, al mare o in campagna– o scegliendo altre location, hanno dato vita a ironiche ma corrette versioni del Mago, della Sacerdotessa, del Matto (unica in cui compare Pelosini), del Diavolo, della Temperanza o dell’Appeso… In alcuni casi ne hanno tratto performance ma sempre ne hanno reso immagini fotografiche che hanno poi usato per produrre quadri fotografici, fotografie vere e proprie –sia manipolate che nette– e strepitosi mazzi di carte ufficiali dei Tarocchi. In ogni caso, hanno lavorato sempre con le antiche simbologie della storia del mondo, della vita, degli uomini… I Santini Del Prete si confrontano quindi, stavolta, con gli archetipi; lo fanno compresi nella parte ma con un’incredibile vena ludica, ridanciana, irriverente e allo stesso tempo, paradossalmente, con rispetto –cosa molto toscana ma anche napoletana– tanto da sconfinare nell’apotropaico (“Non è vero ma ci credo”, ha detto teatralmente Eduardo). Trasmigrando da un contesto all’altro, contaminando linguaggi, scuotono il piedistallo di ambiti comunemente ritenuti alquanto intoccabili e indiscutibili –appunto: l’Arte, il suo Sistema, l’archetipo e l’esoterico e via di questo passo– forse per controllare che l’intera struttura tenga o, più probabilmente, provocandone un cedimento dell’aurea, una crepa nel (presunto) aristocratico muro per avvicinare ogni cosa all’uomo, alla vita reale, alla quotidianità e viceversa. Infatti, se beuysianamente ogni uomo è un artista, ogni artista si ricordi di essere prima di tutto uomo e come tale porti se stesso e il suo bagaglio di normalità nell’arte anche trattando la profondità e argomenti complessi. È possibile, ci indicano I Santini Del Prete, che sono artisti e ferrovieri: ma che nessuno osi pensarli creativi-della-domenica perché i ferrovieri, proprio come gli stessi artisti, lavorano tutti i giorni, feste comprese.

Barbara Martusciello, «Juliet Art Magazine», n.132, april may 2007



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