13 dicembre, Santa Lucia, il Giorno più Corto che ci sia?

Il 13 dicembre si festeggia Santa Lucia, e, come insegna una popolare filastrocca, “Santa Lucia è il giorno più corto che ci sia“.
Da piccolo non avevo difficoltà ad accettare l’assoluta verità di questo proverbio, notando come effettivamente le giornate dicembrine fossero brevi, ma, quando seppi che il Solstizio d’Inverno si verificava di norma il 22 o il 23 dicembre di ogni anno, pensai che la filastrocca di Santa Lucia fosse semplicemente una inesattezza folkloristica dovuta all’ignoranza dell’astronomia.
Ancora una volta mi sbagliavo, perché il detto popolare era esatto, ma antico di secoli, tramandato oralmente per generazioni e generazioni, fin dall’epoca in cui vigeva ancora il Calendario Giuliano. L’origine della filastrocca risale certamente ai tempi in cui tale calendario aveva già mostrato rilevanti discrepanze con l’anno tropico, presumibilmente al XVI secolo.
In quel periodo, infatti, era ormai evidente, e non solo per gli astronomi, che l’Equinozio di Primavera si verificava l’11 marzo anziché il 21. La pur minima differenza fra la durata dell’anno civile e quella dell’effettivo anno solare si era ormai accumulata, secolo dopo secolo, ed era diventato urgente intervenire per evitare lo sfasamento fra le stagioni e il calendario, nonché per evitare di festeggiare con troppo anticipo la Pasqua, la cui data era calcolata secondo le regole fissate nel Concilio di Nicea nel 325. Per lo stesso motivo il Solstizio d’Inverno era ormai anticipato al 13 dicembre.
Proprio per recuperare i dieci giorni perduti, Papa Gregorio XIII decise di intervenire nel 1582 con la Bolla Inter Gravissimas, al fine di riallineare il calendario con le stagioni astronomiche, e di evitare nel futuro un rapido e cospicuo ulteriore sfasamento.
Fu così che giovedì 4 ottobre 1582 fu l’ultimo giorno del vecchio calendario di Giulio Cesare. L’indomani si decretò che fosse venerdì 15 ottobre 1582, saltando dieci giorni, ma lasciando inalterata la millenaria successione dei giorni della settimana. Successivamente, con l’attuale regola degli anni bisestili, si cercò di rendere minima la differenza fra la durata media dell’anno civile e la durata effettiva dell’anno solare.
Da quell’anno però il giorno più breve, cioè il Solstizio d’Inverno, non fu più il 13 dicembre, la celebrazione di Santa Lucia, anche se il proverbio continuò ad essere tramandato con successo.

La Festa della Luce

Non credo che sia stato un caso che la festa di Santa Lucia sia stata così popolare in associazione al Solstizio invernale. Il nome Lucia, di chiara derivazione latina, significa luminosa, splendente, e richiama per similitudine la luce. La lunga notte del Solstizio rappresenta, infatti, l’inizio del riscatto astronomico della luce solare, che, da quella data, ricomincia a crescere.
Il Sole entra nel Capricorno e, giorno dopo giorno, si alza sull’orizzonte, mentre i suoi raggi si avviano a diventare sempre più perpendicolari al nostro emisfero.
La luce è vita, calore, gioia. I fuochi notturni dei ceppi natalizi e delle candele erano, e sono, un sacrificio rituale per invocare il ritorno del semestre luminoso e Lucia era il simbolo di questo importante passaggio stagionale.

Celebrazioni nordiche della Luce invernale

Naturalmente la latitudine accentua le differenze fra le stagioni, e questo spiega il grande successo popolare della tradizione svedese, introdotta verso il 1920.
Per Santa Lucia in molte famiglie scandinave, la figlia maggiore si sveglia alle quattro del mattino, cucina dolci e prepara il caffè. Poi indossa una tunica bianca con una fascia rossa, e cinge il capo con una corona di candele, mentre numerosi lustrini brillano sui capelli.
Così addobbata, serve la colazione ai genitori, seguita dalle sorelle minori, sempre in tunica bianca, ma con la fascia dello stesso colore. I ragazzi della famiglia mettono cappelli di carta e portano bastoni ornati di stelle.
Tutti cantano in allegria una versione nordica della canzone tradizionale napoletana:
Sul mare luccica l’astro d’argento
Placida è l’onda, prospero è il vento.
Venite all’agile barchetta mia!
Santa Lucia, Santa Lucia!

In molti casi la processione di vergini si muove cantando di casa in casa, annunciando così il sorgere del sole e l’inizio del semestre della Luce.
Il vincitore del Premio Nobel per la letteratura ha quindi l’onore di incoronare simbolicamente una ragazza svedese in rappresentanza nazionale di tutte le interpreti della Santa della Luce.

La Santa della Luce

Eppure Santa Lucia aveva origini tutt’altro che nordiche. Nacque in una ricca famiglia cristiana a Siracusa, nella solare Sicilia, nel III secolo e fu martirizzata, secondo la tradizione, il 13 dicembre del 303, durante le persecuzioni di Diocleziano.
Antiche fonti agiografiche narrano della giovane Lucia, devota di Sant’Agata, che si era recata in pellegrinaggio a Catania per chiedere la guarigione della madre Eutice da una grave emorragia.
Qui Sant’Agata apparve alla giovane dicendo che essa stessa avrebbe potuto operare il miracolo della guarigione, con la sua fede e la sua purezza.
Si narra che Lucia tornasse a Siracusa donando ai poveri e ai sofferenti tutti i suoi averi e camminando nelle catacombe con una lampada appesa alla testa.
Decise anche di consacrarsi a Dio e di non sposarsi come aveva pensato di fare in precedenza. Fu così che il fidanzato deluso (più per la mancata dote che per amore) la denunciò come cristiana.
Il governatore romano Pascasio la fece arrestare e, in mancanza di una sua abiura e del rituale sacrificio agli Dei, decise di farla torturare. Jacopo da Varagine racconta che, minacciata di essere condotta in un postribolo per essere violentata, Lucia rispose (Leggenda Aurea):
Il corpo non è insozzato se non col consenso della mente“.
Legata mani e piedi, non fu possibile muoverla neanche con la forza di mille buoi. Pur cosparsa di orina il prodigio non cessò e il suo corpo non bruciò in mezzo alle fiamme. Colpita alla gola con una spada, non morì senza aver profetizzato la fine dei suoi aguzzini. Era il 13 dicembre del 303. Nello stesso luogo il suo corpo fu sepolto, ma il suo culto si diffuse molto rapidamente, visto che nel 313 le fu eretto un santuario. Nel 384 le venne dedicata una chiesa a Ravenna, e subito dopo a Roma. L’antichità del suo culto è testimoniata anche da un’epigrafe di marmo ritrovata proprio nelle catacombe di Siracusa e risalente al IV secolo.
Il suo corpo fu portato come sacra reliquia a Costantinopoli nel 1039 e quindi a Venezia, dopo la crociata del 1204.
Più volte Santa Lucia è stata invocata a Siracusa in occasione di carestie, guerre e terremoti, e il suo culto è ancora molto vivo. In particolare le si attribuisce la salvezza della carestia del 1646, per la quale si celebra una festa in suo onore la prima domenica di maggio.
Nella Divina Commedia Santa Lucia è una delle tre donne benedette che proteggono il cammino di Dante nei tre regni ultraterreni. Il poeta la rammenta come “Lucia, nimica di ciascun crudele” (Inferno, II, 100), e soprattutto per i suoi occhi umidi di candido pudore e luminosi come il suo nome (Inferno, II, 116):
li occhi lucenti lagrimando volse“.

Gli occhi di Santa Lucia

Come Santa associata simbolicamente alla Luce, dopo il Mille si affermò la leggenda dei suoi occhi strappati durante la tortura.
Per questo motivo ancora oggi Santa Lucia è patrona di ciechi, oculisti, elettricisti, sarti e ricamatrici, e sono numerosissimi gli ex voto a forma di occhi che i devoti guariti le dedicano; protegge dalle malattie degli occhi e dalle cataratte. Nel Medio Evo si fabbricava un rimedio per gli occhi arrossati con il suo nome ed esistono ancora dolci tradizionali chiamati “occhi di Santa Lucia“.
Con lo stesso nome sono conosciuti i lucidi opercoli madreperlacei di alcuni gasteropodi mediterranei, usati come piccoli gioielli apotropaici della Santa protettrice della vista.
L’iconografia della Santa la ritrae spesso con i suoi emblemi: il giglio della purezza, la palma dei martiri e due occhi, spesso su un vassoio.
I documenti più antichi non parlano dei suoi occhi e di questo tipo di martirio, quindi è probabile che tale tradizione derivi dal suo nome, e dalla festività antica del Solstizio d’Inverno, che, dal Medio Evo in poi, cominciò a verificarsi intorno alla data della sua celebrazione.
Gli occhi accecati erano dunque un simbolo dell’oscurità invernale che, per intercessione della Santa, incarnazione di una più antica Dea della Luce, tornavano ad essere luminosi come il cielo progressivamente nei giorni successivi al Solstizio.
In alcune parti d’Italia, nella buia notte fra il 12 e il 13 dicembre, tradizionalmente la Santa porta doni ai bambini, così come conduce il mondo intero verso la Luce.
Anche gli emblematici occhi rammentano la Santa della Luce che non conosce il tramonto, colei che custodisce la fiamma del Sole durante il momento più buio dell’anno, e la vista sana che, pur non potendo mirare il fulgore del sole, gode della sua luminosità nel cielo.

Nel 2010 il Solstizio d’Inverno si verifica alle 0.40 (ora italiana) del 22 dicembre: questo è il giorno più breve dell’anno.

Giovanni Pelosini



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