Il Senso dei Sensi

La nostra percezione della realtà è essenzialmente il frutto della nostra esperienza e della sua rielaborazione mentale. Spontaneamente noi osserviamo il mondo che ci circonda, coordiniamo le informazioni che giungono al nostro sistema nervoso, elaboriamo risposte immediate e mediate agli stimoli esterni, e, infine, ci facciamo un’idea di ciò che chiamiamo “realtà”. Ne deriva che anche il nostro personale pensiero e le nostre stesse azioni sono conseguenze delle nostre individuali percezioni sensoriali, con tutta la loro parzialità e tutti i loro limiti, anche essi estremamente variabili e individuali.

Ebbene sì, siamo “parziali” e “limitati” fin dai primi livelli di percezione fisica di tutto ciò che ci circonda, e solo con difficoltà proviamo a non esserlo nelle fasi successive della conoscenza, ma è inevitabile che la cosiddetta realtà sia un concetto più soggettivo che oggettivo.

Ugualmente, tramite i sensi, ci giungono percezioni che noi giudichiamo “buone” o “cattive” in modo arbitrario: si pensi ad un particolare accostamento di colori, o di gusti, allo stesso concetto di “bellezza”. Gli antichi già concordavano sul fatto che non era il caso di discutere sulle diverse personali risposte ad uno stesso stimolo sensoriale con la ancora diffusa locuzione latina “De gustibus et coloribus non est disputandum”. Qual è allora il senso dei sensi?

I sensi sono 5 oppure 6?

In genere siamo abituati a classificare i sensi nelle cinque categorie olfatto, gusto, vista, tatto e udito, ma è interessante notare che già nella plurimillenaria cultura Yoga i sensi non sono cinque, ma sei. Nell’antica India, infatti, ai tradizionali cinque sensi si aggiunge anche la mente. Proprio così, la mente, quella stessa mente che gli occidentali sono così abituati a considerare quasi l’essenza della propria individualità.

A questo punto dovrei parlare della mente, del suo importante coordinamento delle percezioni, dei suoi inganni e della sua forza, ma, mentre scrivo, mi accorgo di essere in difficoltà a continuare l’articolo su questo argomento complesso con la speranza di arrivare in poche pagine ad una conclusione che abbia un “senso”. Ne approfitto allora per fare una pausa di riflessione e, per una di quelle coincidenze significative che non mancano mai di meravigliarmi, mi capitano fra le mani quattro foglietti di appunti scarabocchiati e dimenticati in mezzo a un vecchio quaderno appena uscito chissà come da uno scatolone e sopravvissuto ad almeno due traslochi. Riconosco la mia calligrafia, anche se non ricordo in che occasione scrissi quelle note ispirate nel lontano luglio 1999 (così è riportato nel margine destro). Leggo rapidamente e mi accorgo di quanto l’argomento sia straordinariamente pertinente, subito penso che sia giusto riportare integralmente quei vecchi appunti in mezzo a questo articolo; non è un caso che li abbia ritrovati proprio adesso. Come ormai so da tempo, il caso non esiste…

Tempo & Realtà (luglio ‘99)

Il passato, il presente e il futuro esistono tutti nella nostra mente e le immagini che ne derivano sono sempre, anche se in varia misura, distorte, in quanto influenzate dalle nostre aspettative, dalle emozioni, dai desideri, dai difetti della memoria, dalle passioni, dalle paure e da tutti gli altri condizionamenti.

La Realtà non comprende lo scorrere del Tempo: esiste solo l’Eterno presente, che noi possiamo conoscere solo in assenza dei condizionamenti egoici. Pretendendo con arroganza di conoscere la Realtà solo “razionalmente”, la mente ha la necessità di collocare gli eventi registrati dai sensi secondo una successione che esiste solo soggettivamente. Non solo, ma a questa illusione si aggiunge il fatto che ciò di cui facciamo esperienza raggiunge ordinariamente la nostra mente attraverso i sensi: anche ammettendo ipoteticamente la perfezione della percezione sensoriale, non è detto che la elaborazione e la registrazione della mente di quello che è stato percepito avvenga in modo oggettivo, completo ed esatto. certi particolari forse appaiono più interessanti, altri sono quasi istantaneamente scartati dal filtro della mente (sempre in base alle suddette cause di distorsione).

Infine c’è la necessità, tutta razionale, con funzione mnemonica e utilità logica, di catalogare; per cui ogni frammento così ottenuto di esperienza subirà una ulteriore distorsione mentale soggettiva ed egoica.

Si provi ad interrogare separatamente i testimoni di un qualunque fatto al quale abbiano assistito: ne ricaveremo differenti versioni, informazioni assai difformi in quasi tutti i particolari, come se ognuno avesse percepito una diversa e personale realtà dei fatti. Per superare queste difficoltà ed avere informazioni utili a liberare gli ostaggi sul famoso aereo israeliano dirottato a Entebbe nell’estate del 1976, sembra che il Mossad abbia ipnotizzato i testimoni prima di interrogarli, venendo così a conoscenza di ogni particolare riguardante gli ostaggi e i terroristi, il loro esatto numero, le loro armi, la loro ubicazione. Il raid degli agenti speciali fu un grande successo solo perché l’ipnosi aveva bypassato la mente dei testimoni, che pure erano desiderosi di collaborare, giungendo alla realtà oggettiva dei fatti al di là delle soggettive e poco utili “opinioni”.

Le distorsioni della Realtà avvengono sempre a tutti i livelli esperienziali, materiale e più sottile. È però possibile osservare e comprendere la Realtà nel caso in cui si riesca a utilizzare i sensi e la mente in modo non ordinario, libero dai condizionamenti dell’ego, cioè privo di ogni aspettativa e di ogni paura, aperto a “vedere” qualsiasi cosa, a vivere qualsiasi esperienza, disposto ad accettare qualsiasi “realtà”.

Di fronte a eventi decisamente inconsueti, l’uomo ordinariamente reagisce “trasformando” l’esperienza in qualcosa di più familiare, di più conosciuto, di più rassicurante e più accettabile dai propri sensi e dalla propria mente: da questo fatto nasce l’autoinganno. Eppure, con i medesimi mezzi utilizzati consapevolmente, la coscienza forse si può espandere davvero fino alla verità dei fatti…

Gli appunti scarabocchiati sui foglietti terminano qui, in modo un po’ brusco: peccato! Il ragionamento sembra abbastanza “sensato” e lascia intuire una evoluzione dei livelli di apprendimento che all’epoca non fu esplicitata: prima ci sono le percezioni tramite i cinque sensi, poi interviene la mente (sesto senso) a coordinare le informazioni ed interpretarle, infine la coscienza può fare il passo successivo, superando i difetti dei sensi e i limiti della mente.

Il sesto senso

Quando si dice che una persona possiede “fiuto” non si intende certamente alludere al suo fine odorato, ma ad una raffinata elaborazione superiore delle sue percezioni che le consentono di pensare ed agire con una visione più completa e precisa del mondo. Ugualmente dire che in una certa situazione occorre usare “tatto” significa che è necessario un modo particolarmente gentile ed intelligente di agire che non tutti possiedono. E così nel linguaggio comune si chiamerà “sesto senso” quella particolare dote superiore che molti hanno sperimentato almeno una volta nella vita, pur non essendo “sensitivi”, né “chiaroveggenti”, né “chiarudienti”.

In alcune occasioni certe cose semplicemente si “sanno”, oltre le percezioni sensoriali, al di là delle speculazioni mentali: si sanno e basta.

Qual è allora il senso dei sensi?

Pazzia e acutezza dei sensi

Ci possono confondere e portare alla pazzia, alla perdita di noi stessi, eppure ci possono guidare effettivamente verso la conoscenza. Ci possono illudere e convincere di qualunque cosa, eppure possono essere gli strumenti di sviluppo della coscienza nei Chakra illuminati progressivamente da Kundalini.

Edgar Allan Poe, nel mirabile racconto Il cuore rivelatore (The Tell-Tale Heart, 1842-1843), parla di un giovane “nervoso” che ha smarrito se stesso proprio a causa dei propri sensi e narra la sua progressiva discesa negli abissi della follia:

È proprio vero! – Nervoso – molto, spaventosamente nervoso, ero e sono ancora; ma perché dire che sono pazzo? La malattia aveva acuito i miei sensi – non distrutto – non smorzato. Soprattutto era acuto il senso dell’udito. Udivo tutto in cielo e in terra. Udivo molte cose dell’inferno. E allora, come posso essere pazzo?

Non controllare i sensi ci fa essere loro schiavi, ed ugualmente si deve sempre considerare la mente una nostra servitrice e non viceversa. Il giovane è ormai preda delle proprie (presunte) percezioni, e proprio per questo insiste a dichiararsi sano di “mente”:

E non vi ho forse già detto che ciò che scambiate per pazzia non è altro che estrema acutezza dei sensi? – Ora, dico, mi giunse alle orecchie un suono basso, sordo, rapido, quale fa un orologio quando è avvolto nel cotone. Conoscevo bene anche quel suono. Era il battito del cuore del vecchio”.

I sensi possono ingannare la mente e il sonno della coscienza conduce all’inevitabile drammatico epilogo:

È impossibile dire come l’idea mi sia penetrata per la prima volta nella mente; ma una volta concepita, mi perseguitò giorno e notte. Scopo non c’era. Non c’era passione. Amavo il vecchio. Non mi aveva mai fatto torto. Non mi aveva mai oltraggiato. Non desideravo affatto il suo oro. Penso che sia stato il suo occhio! Sì, fu così! Aveva l’occhio di un avvoltoio – un occhio azzurro chiaro, con un velo sopra. Ogni qualvolta cadeva su di me, mi si gelava il sangue nelle vene; e così per gradi – molto gradualmente – mi ficcai in testa di togliere la vita al vecchio, e liberarmi così dell’occhio, per sempre”.

Di ogni cosa è necessario considerare sempre la radice spirituale, allenando i sensi alla precisione e la mente ad un quotidiano esercizio di oggettivazione: osservando il mondo, e noi stessi attraverso il mondo. Si faccia della conoscenza il “senso dei sensi”, e si faccia sempre attenzione sul Sentiero a controllare i propri sensi e la propria mente.

Il cammino gnostico verso la conoscenza è una strada spirituale che attraversa la materia: come il Sentiero dei Tarocchi è pieno di difficoltà e di opportunità, privo di scorciatoie. E così si possono incontrare il Sole e la Luna, la splendida Stella, ma anche la lucida follia del Matto, utile e pericolosa al contempo:

Voi mi credete pazzo. I pazzi non sanno nulla”.

Giovanni Pelosini





1 Commento a "Il Senso dei Sensi"

  1. Dani (Dioydea)

    Davanti a certo tipo di temi, anche se così bene esposti, mi chiedo da sempre cosa può capire e come può “interpretare” la realtà oggettiva dei fatti chi, se partendo dal suo intendere soggettivamente ciò che vive -(come tutti)- non sospetta minimamente nemmeno di che cosa si stia parlando.
    Mi spiego meglio.
    La distanza tra chi non “sa nulla” e chi “sa” come tenere a bada la “scimmia” della propria mente -(penso sia un immagine di Osho, la scimmia della mente che salta da tutte le parti)- si sta facendo sempre più netta.
    Prima tutti avevano bene o male un che di spirituale che dava loro disciplina (dal culto del Sole in poi, i Veda, i vari Budda e Maestri…) oggi si è lasciato il “sentiero” per le diverse Religioni senza più nessuna guida apparente e senza più aver avuto un minimo di sentore che il vero Maestro siamo noi stessi.
    I veri Maestri lo hanno da sempre insegnato, a trovare se stessi.
    Ma è anche vero che lo hanno insegnato solo al discepolo pronto a percepirlo.
    Nessun discepolo = nessun Maestro.
    Rimane quindi solo la percezione, i sensi, le antenne… ma solo per chi ha già bene o male “carpito” l’importanza di “guidarli”, di esserne padrone.
    Anche fosse solo (!) per salvarsi e proteggersi da chi non ha la più pallida idea di cosa si sta dicendo.
    Il problema infatti rimane: come fare per far sì che anche gli altri, tutti gli altri, ne avvertano l’importanza? Se il Maestro “può” comparire solo quando e se il discepolo è pronto?

    Come può comprendere che l’inconscio o il subconscio recepiscono, per esempio, come vera esperienza “reale” sia la realtà che ciò che si è solo immaginato, chi non sa minimamente “nulla” di tutto questo?
    Anzi ci potrebbe prendere per pazzi, se ci sentisse?
    Trovo sempre più pericolosa per il mondo intero l’ignoranza di certe tematiche da parte di troppi. Il rischio infatti è che da parte degli altri ci si senta costretti (come nei tempi passati) a dover nuovamente parlare in codice tra gli addetti ai lavori…

    (Ops… sapevo che mi sarei dilungata, mannaggia…)

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