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La Cometa di Natale

La “Cometa di Natale” 46P/ Wirtanen si sta avvicinando rapidamente e sarà piuttosto luminosa e visibile probabilmente anche a occhio nudo intorno al 16 dicembre 2018: la sua chioma sarà molto brillante e apparirà nel cielo lunga circa il doppio del diametro della Luna (quasi 1°). Per avvistarla sarà importante essere in luoghi lontani dalle luci urbane, magari dotandosi di un piccolo binocolo.

La Cometa di Natale sarà al perielio (punto più vicino al Sole) il 12 dicembre 2018 e quindi si avvicinerà alla Terra domenica 16 dicembre, a soli (si fa per dire) 1,5 milioni di chilometri di distanza. Il passaggio critico al perielio di norma riduce il nucleo delle comete, ma, se 46P/Wirtanen riuscisse a effettuare “il giro di boa” intorno al Sole mantenendo un’apprezzabile massa di materiali ghiacciati senza dividersi in pezzi come una grossa palla di neve sporca, allora si troverebbe nella condizione ideale per essere osservata dalla Terra con la sua lunga e spettacolare coda riflettente i raggi solari. Il nucleo delle comete, infatti, è costituito da un ammasso ghiacciato di acqua, monossido di carbonio, anidride carbonica, ammoniaca e metano in forma solida mescolato a polveri e rocce; e tutto questo rischia di disintegrarsi a ogni periodico passaggio nei pressi del Sole. La chioma e la coda luminosa delle comete sono sostanzialmente proprio l’effetto di questa perdita di materia a causa delle radiazioni solari.

46P/Wirtanen fu avvistata per la prima volta nel 1948 dall’astronomo americano Carl Alvar Wirtanen: è una cometa relativamente giovane, con un periodo di rivoluzione di poco più di 5 anni. Dallo scorso ottobre sta transitando nell’emisfero nord e, nella sua marcia di avvicinamento al Sole, ogni giorno sarà sempre più visibile e brillante fino quasi a Natale.

LA TRADIZIONE DELLA STELLA DI NATALE

Chissà se nel 2018 vedremo la classica “stella” di Natale nel cielo come nel Presepe? Probabilmente non così come Giotto l’aveva dipinta nella sua Adorazione dei Magi, né come il grande e brillante segno celeste riportato nell’Arazzo di Bayeux che celebra la conquista dell’Inghilterra da parte dei normanni nel 1066.

Proprio in quell’anno, durante la battaglia di Hastings, re Harold fu ucciso e la sua corona passò a Guglielmo il Conquistatore. Nel celebre arazzo medievale sono ritratti uomini meravigliati che indicano la classica forma di una cometa nel cielo sotto la scritta “ISTI MIRANT STELLA”: alcuni di essi mostrano timore di fronte a un evidente segno del cielo.

Quella “stella” era la più famosa cometa della storia, più tardi chiamata 1P/Halley, dal nome dell’astronomo che ne individuò la ricorrenza. L’inglese Edmond Halley osservò la cometa nel 1682 studiandone le analogie con quella descritta da Keplero nel 1607, e con quella che era stata documentata nel 1531. La sua ipotesi fu che si trattava sempre dello stesso corpo celeste che orbitava intorno al Sole con un percorso fortemente ellittico e con un periodo di circa 76 anni. I fatti gli diedero ragione quando la “sua” cometa fu osservata nuovamente proprio la notte di Natale del 1758.

Da allora la Cometa di Halley non ha mancato mai un appuntamento. Mio nonno Tosello ha avuto la sorte di vederla due volte, e mi ha raccontato della meraviglia del passaggio vicino alla Terra nel 1910, quando la sua luce fu visibile in pieno giorno. Corse voce, anche in quel tempo, che le comete fossero un segno di disgrazia, un annuncio celeste di guerra imminente. Mio nonno fu deluso invece dall’ultimo passaggio nel 1986, quando la cometa, distante e con un nucleo ormai fortemente ridotto dalle numerose volte in cui si era trovato nei pressi del Sole, apparve come un fioco barlume, poco più che una curiosità per astrofili.

Eppure al tempo di Giotto (nel 1301) la cometa di Halley fu veramente un evento spettacolare, che il pittore immortalò appena due anni dopo nel celebre affresco della Cappella degli Scrovegni a Padova. Forse nacque proprio da questo la tradizione della cometa di Natale che ancora oggi figura nel presepe, fondendosi, nel mito, con la Stella di Betlemme che i Magi seguirono per trovare il luogo della natività di Gesù secondo il Vangelo di Matteo. Origene di Alessandria e Giovanni Damasceno ipotizzarono che la “stella” dovesse essere in realtà una cometa, e che pertanto essa non poteva essere un segno astrologico di sventura. Anche se è probabile che non fu la cometa di Halley (al perielio nel 12 a.C.) a guidare i Magi, ma più facilmente una triplice congiunzione di Saturno e Giove nel simbolico segno dei Pesci fra maggio e ottobre del 7 a.C. (come ipotizzò Keplero) che seguì un grande stellium di Sole, Luna, Venere, Giove, Saturno affollati in pochi gradi, oppure l’esplosione di una supernova che illuminò il cielo per qualche giorno.

La stessa Halley fece la sua improvvisa apparizione anche nel 66 d.C., così come riportato dalle cronache del tempo, e l’evento fu associato ai sanguinosi tumulti in Palestina, che sfociarono nella rivolta della provincia romana repressa nel 70 dalle legioni dell’imperatore Vespasiano, che rasero al suolo il Tempio di Salomone a Gerusalemme. Il Talmud racconta di “una stella che appare una volta ogni settanta anni, e rende confusa la volta celeste inducendo in errore i capitani delle navi”. Anche in quel caso il passaggio della luminosissima cometa fu preso come un segno del cielo, e forse servì anche per istigare il popolo ebraico alla successiva e ultima ribellione contro i dominatori romani guidata da Simon Bar Kokhba (Simone Figlio della Stella).

LA TRADIZIONE DELLA COMETA COME PORTATRICE DI SVENTURA

Un altro segnale infausto sembrò il visibile passaggio del 1456. Quella volta la cometa di Halley era talmente vicina alla Terra che la sua coda era lunga 60° ed era ricurva come una scimitarra. Questa forma in tutta Europa fece pensare alla minaccia di una invasione dei Turchi, che avevano già conquistato Costantinopoli (5 maggio 1453). Pochi giorni dopo il passaggio della cometa del 1456, come seguendo un drammatico copione,  l’esercito turco ottomano del sultano Maometto II iniziò l’assedio di Belgrado, unico rilevante ostacolo militare nel risalire il corso del Danubio verso il regno d’Ungheria e l’Europa centrale.

L’invasione turca fu una delle grandi paure dell’Occidente cristiano. Papa Callisto III sembra che ne fosse terrorizzato: alcuni raccontarono che addirittura scomunicasse la stessa cometa; di certo ordinò che le campane suonassero “a mezzogiorno” chiamando alla preghiera per la salvezza del castello di Belgrado, e mandò il francescano Giovanni da Capestrano a guidare una crociata di volontari in soccorso della città e in appoggio all’esercito ungherese di Jànos Hunyadi.

Nonostante la vittoria dei cristiani a Belgrado fermasse l’avanzata dei Turchi Ottomani per quasi un secolo, quel periodico arrivo della grande cometa dovette essere interpretato come un segnale di sventura che rimase a lungo nell’immaginario collettivo occidentale. Il 9 giugno 1456 la Cometa di Halley era passata al perielio con grande evidenza in tutto il mondo, e il 4 luglio dello stesso anno, con altrettanto clamore, gli Ottomani attaccarono Belgrado, che era l’ultimo baluardo a difesa dell’Europa dall’invasione: i Turchi erano alle porte dell’Europa; guerre, carestie e pestilenze devastavano il continente e certamente i segni celesti imprevisti e improvvisi come le comete non potevano che essere interpretati come presagi infausti da parte delle superstiziose popolazioni.

Da questo episodio, che fu eclatante in tutto il mondo occidentale, deriva probabilmente la fama sinistra delle comete tramandatasi fino a oggi.

Ma anche nel Medio Evo le comete non erano interpretate come un segno positivo dagli astrologi. Ne fa fede la cronaca di Giovanni Villani sul passaggio di 1P/Halley del 1301, lo stesso probabilmente raffigurato da Giotto.  Villani dimostra qui conoscenze astrologiche e fa riferimento alla drammatica discesa in Italia delle truppe francesi di Carlo di Valois nel 1301, che furono, fra le altre cose, la causa dell’esilio di Dante Alighieri da Firenze (Nuova Cronica, I, XLVIII, Come apparve in cielo una stella commata):

Nel detto anno (1.301), del mese di settembre, apparve in cielo una stella commata con grandi raggi di fummo dietro, apparendo la sera di verso il ponente, e durò infino al gennaio, de la quale i savi astrolagi dissono grandi significazioni di futuri pericoli e danni a la provincia d’Italia, e a la città di Firenze, e massimamente perché la pianeta di Saturno e quella di Marti in quello anno s’erano congiunte due volte insieme nel mese di gennaio e di maggio nel segno del Leone, e la luna scurata del detto mese di gennaio similemente nel segno del Leone, il quale s’atribuisce a la provincia d’Italia. E bene asseguì la significazione, come innanzi leggendo potrete comprendere; ma singularmente si disse che la detta commeta significò l’avento di messer Carlo di Valois, per la cui venuta molte rivolture ebbe la provincia d’Italia e la nostra città di Firenze”.

Dante Alighieri in quell’anno vide senza dubbio la grande luce di Halley in uno dei momenti più tristi della sua vita, eppure non mostrò di temerne il presagio, facendone un cenno ottimistico solo in Paradiso (XXIV, 10-12):

“[….] e quelle anime liete

Si fero spere sopra fissi poli,

fiammando a volte,

a guisa di comete”.

E durante il passaggio di 76 anni dopo ci fu lo storico trasferimento della sede papale da Avignone a Roma (durato quasi un ciclo di Halley), che diede origine alla lunga crisi dei Papi e degli Antipapi conosciuta come Scisma d’Occidente.

In effetti, nel passato come in periodi più recenti, non sono mai mancati eventi storici importanti da associare ai fenomeni celesti meno comuni. Mentre fin dall’antichità si conoscevano i ritmi dei pianeti, e se ne studiavano i significati in relazione agli accadimenti e alle vicende umane, non si poteva comprendere il significato del passaggio di una cometa, che sembrava essere un evento assolutamente eccezionale, imprevedibile e improvviso, nonché spesso particolarmente evidente e clamoroso.

Ne derivò la convinzione che il senso astrologico di una cometa fosse necessariamente l’annuncio di qualcosa di eccezionale e di importante. Nello stesso modo erano interpretati gli sciami meteorici di una certa rilevanza, l’esplosione di supernove, e ogni altro insolito fenomeno celeste che sfuggisse alle conoscenze e alle logiche del tempo.

In quanto rottura della regolarità dei cicli celesti, la cometa doveva essere interpretata simbolicamente come presagio di fine di un ciclo, di morte, o comunque di rivoluzione dell’ordine costituito. Così per esempio sembrò il 14 ottobre 1066 agli occhi degli abitanti dell’Inghilterra, che, durante un periodo di innumerevoli scorrerie vichinghe, videro i Normanni invadere l’isola e terminare la dinastia dei re sassoni, dopo che la cometa di Halley si era presentata improvvisamente nel cielo il 20 marzo dello stesso anno, così come riportato nel citato Arazzo di Bayeux.

I TANTI RITORNI DI HALLEY

Gli astronomi dell’antica Cina la osservarono forse per la prima volta 240 anni prima di Cristo e la descrissero come una “stella a spazzola che appare a Oriente”. Ma da quanto tempo l’uomo la osservava nei suoi ciclici ritorni?

Aspettiamo ancora Halley il 29 luglio 2061, quando tornerà a farci visita per l’ennesima volta, anche se spesso (soprattutto in maggio e in ottobre) ci saluta con le meteore dovute alle polveri staccatesi dalla sua coda in questi ultimi duemila anni e abbandonate lungo la sua orbita.

Quando la cometa di Halley fu osservata da mio nonno Tosello nel 1910 suscitò anche l’interesse di Giovanni Pascoli. Il poeta la ricordò senza dimenticarne la triste fama di portatrice di cambiamenti inattesi, come una “stella” che vaga senza ordine né regola, dispersa nello spazio in un movimento folle, forse tesa a uscire dallo stesso cosmo per ricongiungersi all’indistinto caos primordiale (La cometa di Halley, I):

O tu stella randagia, astro disperso,

che forse cerchi, nel tuo folle andare,

la porta onde fuggir dall’universo!

Tutti temono la luce della cometa, le stesse stelle, i pianeti, le Sibille che predicono il futuro non prevedendone l’improvvisa apparizione, i profeti che piangono le annunciate sciagure:

Le stelle, quando la tua face appare,

impallidiscono; ansa nei pianeti

l’intimo fuoco, alto s’impenna il mare.

Escono le sibille dai segreti

antri d’Urano. In riva dei canali

di Marte, in pianto, passano i profeti.

Pieno di pianto è il cielo dei mortali

figli del Sole; e sangue rosso piove

nella penombra, a man a man che sali,

degli astri attorno al semispento Giove”.

Ancora Pascoli descrive il cielo illuminato solo dalla luce della cometa, che fa impallidire le stelle, e paragona la sua coda a quella di un serpente (angue) mortale che annuncia guerre e sventure (La cometa di Halley, III):

Le stelle impallidirono. Non v’era

altro che te nel cupo cielo esangue

che tu sferzavi con la tua criniera.

Tra i pianeti e i soli, eri com’angue

che uccide e passa. A questa nera Terra

dicevi il tristo ribollir del sangue,

l’ombre vaganti, i gridi di sotterra,

tutti gli affanni, tutte le sventure,

tutti i delitti: incendi, stragi, guerra”.

Più avanti addirittura immagina la torva cometa, “astro di morte”, minacciare la stessa Terra di colpirla come un asteroide impazzito e deciso a eliminare dal sistema solare la sua stessa memoria (La cometa di Halley, V):

E tu dicevi:- Io posso

spezzarti, o Terra. E niuno saprà mai

che v’era un globo, ora da me percosso,

nei freddi cieli. Ti disperderai

come una grigia nuvola d’incenso,

o nera terra! [….]”.

Era questa forse la paura atavica dell’uomo di fronte a fenomeni sconosciuti e misteriosi come l’arrivo inatteso di una brillante cometa nel cielo, quella della fine della propria precaria vita, dell’esistenza della stessa Terra?

Di queste antiche paure ci parlano le comete, con il loro nucleo non più grande di qualche decina di chilometri che rimane oscuro e invisibile per quasi tutta la loro esistenza, con la loro chioma leonina che si accende solo in prossimità delle radiazioni solari, con la loro coda sempre opposta al Sole e lunga anche centinaia di migliaia di chilometri. Ci parlano della paura eterna dell’ ignoto, del buio che circonda le immense profondità dello spazio dal quale sembrano arrivare all’improvviso, e forse anche del buio che regna nelle profondità dell’inconscio. Non è un caso che nei miti Plutone regni nelle tenebre degli Inferi, e contemporaneamente sia l’ultimo spurio pianeta all’estremo confine del sistema solare. Oltre Plutone c’è un immenso mondo ignoto ed estraneo dal quale provengono le misteriose comete: la misteriosa e fredda Nube di Oort. Oltre i confini della coscienza c’è il buio dell’inconscio, che ci appare altrettanto estraneo e diverso, altrettanto distante e misterioso dei confini dello spazio conosciuto.

Nelle più elaborate teorie esobiologiche si ipotizza che le molecole alla base della vita siano state portate sul nostro pianeta proprio dalle comete, intese come vettori di catene di amminoacidi fecondanti l’universo. Possiamo allora immaginare un universo brulicante di vita, nel quale la materia si trasforma continuamente, l’inizio e la fine coincidono, la nascita e la morte si equivalgono nella misteriosa danza ciclica dell’esistenza cosmica. Un universo considerabile come un unico complesso organismo, nel quale le galassie sono soltanto le singole cellule di immensi organi funzionali alla vita di un unico essere cosmico. Un universo originato forse con il Big Bang dall’uovo cosmico primordiale nel quale era evidente che “Tutto” e “Uno” coincidessero. Un universo forse destinato in un futuro solo relativamente lontano a tornare alla sua origine puntiforme senza tempo né spazio… Uno, Tutto, Niente, Vuoto… Mistero.

Concludo con le ultime parole dell’inno di Pascoli:

Terra non più, Cielo non più, ma il Niente

Il Niente o il Tutto: un raggio, un punto, l’Uno”.

Giovanni Pelosini

La Bilancia & l’Equinozio di Autunno

In quale Tarocco compare il simbolo della Bilancia?

La bilancia a due piatti perfettamente allineati esprime equilibrio, equità, giusta misura, imparzialità, rettitudine. Avevano una bilancia il greco Hermes e l’egizio Anubis, nella loro funzione di giudici e accompagnatori severi delle anime oltre la soglia della morte.

L’Arcangelo Michele, spesso armato di spada e armatura, usa la stessa bilancia di Anubis per pesare le anime dei trapassati e giudicare le loro azioni compiute in vita. Michele è celebrato non a caso il 29 settembre, pochi giorni dopo l’Equinozio di Autunno, quando i piatti della Bilancia zodiacale sono in equilibrio. Egli combatte per la giustizia cosmica, guida e giudica le anime, le assolve e le condanna, usa discernimento e giusta misericordia nel definire perfettamente ogni cosa.

Il simbolo della bilancia compare soltanto in uno dei 22 Arcani Maggiori dei mazzi che seguono la tradizione tarologica.

Giovanni Pelosini

Per saperne di più:

⇒ Astrologia dei Tarocchi

⇒ I Tarocchi della Bilancia

⇒ L’Equinozio di Autunno

Bibbona, 12-14 ottobre 2018: 10° Convegno di Astrologia Umanistica

NettunoEridanoSchool

10° CONVEGNO

di

ASTROLOGIA UMANISTICA

Nettuno”

12-14 ottobre 2017

Marina di Bibbona (LI)

Park Hotel Marinetta

Via dei Cavalleggeri, 2

INFO: tel. 0586.600598 – 334.9296445



Spirale Mistica, Il MattoConferenza

di

Giovanni Pelosini

“I paradossi del Matto”

Sabato 13 ottobre, ore 15

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PROGRAMMA

  • Venerdì 12 ottobre

Ore 15.30: Apertura lavori e presentazione Convegno

Ore 16.00: Elena Arfè, Il Satiro Danzante di Mazara del Vallo e Rudolf Nureyev

ORE 16.30: Marina Bua, Un tridente come bacchetta per Nettuno, direttore d’orchestra

Ore 17.00: Pausa caffè

Ore 17.30: Patrizia Romagnoli, Le nuvolette di Nettuno, il fumetto e i fumettisti

Ore 18.00: Patrizia Camandona, Gérard de Nerval, la creazione nell’incessante fluttuare

Ore 18.30: Manuela AmbrosiniComunicare in Nettuniano

  • Sabato 13 ottobre

Ore 10.00: Lucia Denarosi, Nettuno, illusione, con-fusione, visione

Ore 10.30: Filomena Cirella, Giacobbe e la lotta con l’angelo; l’acrobata che porta i piedi alla testa

Ore 11.00: Pausa caffè

Ore 11.30: Francesca Bevilacqua, Nettuno, il virus e il concetto di dipendenza; senza di te non vivo!

Ore 12.00: Rosamaria Lentini, Il tuffatore

Ore 12.30: Maria Teresa Mazzoni, Da Nettuno a Dioniso, i possibili percorsi dell’anima

Pausa pranzo

  • Ore 15.00: Giovanni Pelosini, I paradossi del Matto

Ore 15.30: Sonia Giudici, Nettuno – Marte, sublimazione e asessualità

Ore 16.00: Marco Valentini, Assenza giustificata

Ore 16.30: Pausa caffè

Ore 17.00: Clara Tozzi, Nettuno, il diamon e la felicità

Ore 17.30: Raffaella Augugliaro, Across the universe, la trappola mondana e l’anelito superiore

Ore 18.00: Laura Pieretti, Magic in the moonlight, Saturno Nettuno tra ragione e illusione

Ore 18.30: Nunzy Conti, Nettuno, trascendentale bellezza che nell’arte si fa moda

Ore 19.00: Cena

  • Domenica 14 ottobre

Ore 10.00: Sandra Zagatti, La globalizzazione e la nuova pangea

Ore 10.30: Arturo Zorzan

Ore 11.00: Pausa caffè

Ore 11.30: Lidia Fassio, I rapporti Marte, Nettuno, Luna, le dipendenze femminili

Ore 12.00: Angela Leonetti, L’alibi di Nettuno, vedere, prima di cambiare

Ore 12.30: Tavola Rotonda con il pubblico e chiusura dei lavori

 

Bibbona, 15 settembre 2018: Il Codice Alchemico Rinascimentale

Comune di Bibbona

Bacco, Le Fonti della Cultura

Conferenza

di

Giovanni Pelosini

Il Codice Alchemico Rinascimentale

Sabato 15 settembre 2018, ore 21

Bibbona (LI), Salone del Comune Vecchio, Via Vittorio Emanuele

INGRESSO LIBERO

Info: tel. 0586.672249

I significati nascosti nel codice simbolico dell’opera Melencolia I di Albrecht Dürer del 1514. Il senso umanistico e l’insegnamento ancora attuale dell’alchimia e dell’astrologia.


 

 

Ritaglio del periodico

Astra, settembre 2018

 

Cecina, 16 marzo 2018: Tarocchi, Codice e Simboli

Comune di Cecina, Biblioteca Comunale, Le Città del Libro

presentano

I VENERDÌ IN BIBLIOTECA

Ciclo Scienze Astratte

Giovanni Pelosini

    TAROCCHI:                    CODICE E SIMBOLI

Venerdì 16 marzo 2018, ore 17

Cecina, Biblioteca Comunale, Via Corsini, 7

INGRESSO LIBERO

INFO: tel. 0586.680145

 

Cosa sono veramente i Tarocchi

I Tarocchi e la visione umanistica della realtà

Giovanni Pelosini

Cosa sono veramente i Tarocchi?

I Tarocchi sono raffigurazioni simboliche degli archetipi universali con la capacità di comunicare con la parte più profonda della nostra coscienza. Il loro linguaggio è analogo a quello onirico e mitologico: esprimono delle narrazioni simboliche così come fanno i sogni sintetizzati in poche immagini ricchissime di significati universali, o i miti e le fiabe legati alla memoria collettiva formativa della cultura di un popolo.

Inoltre i Tarocchi possono essere usati come strumento per risvegliare la creatività, per riconoscersi nelle possibilità personali, e per trascendere i limiti mentali dello spazio e del tempo che spesso frenano l’espressione del proprio autentico Sé.

Concretamente essi non sono altro che un mazzo di carte di origine rinascimentale, anche se piuttosto diverse dalle comuni carte da gioco odierne, che comunque derivarono da queste: infatti, oltre agli Arcani Minori, cinquantasei carte divise nei quattro semi di Denari, Spade, Bastoni e Coppe, i Tarocchi comprendono anche gli Arcani Maggiori, ventidue carte numerate un tempo chiamate ‘Trionfi’ che raffigurano vizi e virtù, personaggi e immagini comuni nell’immaginario collettivo europeo del tardo Medio Evo. Continua a leggere »

Astrologia dei Tarocchi: il Codice Segreto del Rinascimento

Astrologia dei Tarocchi

ASTROLOGIA dei TAROCCHI

Giovanni Pelosini

Finalmente divulgato il codice segreto del Rinascimento usato dagli inventori dei Trionfi.

Un testo che fa chiarezza sulle corrispondenze fra Astrologia e Tarocchi con schemi coerenti che contribuiscono alla comprensione delle chiavi simboliche dei segni zodiacali, dei pianeti e degli Arcani.

Un volume indispensabile nella libreria di ogni appassionato di Astrologia, un approccio originale al mondo della Tarologia, con sistemi di lettura e interpretazione.

Un piccolo-grande libro ricco di suggestioni, simbologie, miti, schemi grafici e cultura esoterica.

Prefazione di Lidia Fassio.

Solo 13 €

in tutte le librerie

In vendita anche on line:

G. Pelosini, Astrologia dei Tarocchi


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Tarocchi: Speciale su “La Lettura” del Corriere della Sera

Tarocchi, Pelosini, Corriere della Sera, 2017TAROCCHI

Il Codice Segreto del Rinascimento

di

Giovanni Pelosini

Il Corriere della Sera dedica oggi, 6 agosto 2017, uno speciale sui Tarocchi nell’inserto culturale “La Lettura“.

L’occasione è la prossima mostra “I Tarocchi dal Rinascimento a oggi” di Torino, che sarà aperta al Museo Ettore Fico dal 4 ottobre 2017 al 14 gennaio 2018: una grande esposizione di livello internazionale sulla storia, la cultura e l’arte dei Tarocchi organizzata da Lo Scarabeo, la più importante casa editrice del mondo di mazzi e libri sull’argomento.

L’articolo del Corriere della Sera di Giovanni Pelosini indaga sulle origine storiche dei Tarocchi e sul loro contenuto filosofico: un messaggio criptato di immagini simboliche che intendeva propagandare il pensiero ermetico e neoplatonico degli umanisti rinascimentali sul senso della vita e sul ruolo dell’uomo nell’universo. Un pensiero teso a far crescere nell’umanità la consapevolezza di avere la capacità di liberarsi dai vincoli di un destino non del tutto immutabile, di essere parte integrata di un cosmo unico per evolvere nella coscienza di sé.

L’uomo ideale del Rinascimento era punto d’incontro di Cielo e Terra, centro dell’universo, termine di paragone fra il Macrocosmo e il Microcosmo, creatore di bellezza, armonia e amore, «Copula Mundi», chiave, proporzione e misura di tutte le cose. Egli tendeva a diventare padrone del proprio destino, libero di scegliere oltre i condizionamenti, e per questo osò riconoscere la sua natura divina, e sancirla anche con la creazione dei mistici Tarocchi: percorso simbolico, iniziatico e spirituale“.

 

Cecina, 28 ottobre 2016: Tarocchi, gli Specchi dell’Infinito

TAROCCHI, gli Specchi dell'InfinitoFondazione Hermann Geiger

Presentazione del libro

TAROCCHI

Gli Specchi dell’Infinito

di

Giovanni Pelosini

Cecina, Palazzetto dei Congressi

Venerdì 28 ottobre 2016, ore 18

Intervengono

Giovanni Salvini, vicesindaco

Morena Poltronieri, direttrice del Museo Internazionale dei Tarocchi

INGRESSO LIBERO

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  • Un bestseller mondiale… un libro per tutti, che vi aiuterà a capire voi stessi e il mondo che vi circonda” (Tatiana Borodina, Tarot Club, Mosca)
  • Un’Opera Omnia che racchiude la sapienza dei Tarocchi a livello mondiale…” (Anna Maria Morsucci, Sirio)
  • Ricco e ben documentato: un lavoro enorme…” (Adriana Rampino Cavadini)
  • Un libro frutto di anni di lavoro e decenni di esperienza, destinato a durare…” (Enzo Barillà)
  • Esaustivo, puntuale, e apre scenari interpretativi multiformi…” (Paolo Quagliarella)
  • Un lavoro enorme, che solo un ‘alieno’ come Pelosini poteva realizzare…” (Sandra Zagatti)

….

⇒  Giovanni Pelosini, Tarocchi, Gli Specchi dell’Infinito, Hermatena, 2016, 486 pagine

La Civiltà Occidentale di fronte alla Paura

Goya, Il sogno della ragioneFisiologicamente la paura è la forte emozione che segue la consapevolezza di essere in grave pericolo.
Questa sensazione, decisamente individuale, ha però una sua estensione in ambito collettivo con caratteristiche specifiche.
Sembra che tale paura abbia avuto un ruolo importante nella storia e nella formazione del pensiero occidentale: una paura complessa e difficile da definire in ambito sociale e collettivo quanto lo è nella sfera antropologica individuale. In un interessante saggio di Jean Delumeau (La paura in Occidente, Torino, 1994) si afferma che la civiltà occidentale negli ultimi secoli si sia fondata in parte anche sulle paure.
L’immaginario collettivo europeo ha sempre teso a relegare la paura delle masse a un fenomeno sociale deprecabile, eppure nessuno appare esserne immune, a parte isolati casi di eroi coraggiosi e sprezzanti del pericolo che le medesime masse prendono (quasi sempre solo a parole) come esempi positivi.

Le origini della paura

La prima origine della paura è senza dubbio biologica, cioè genetica, essendo finalizzata alla sopravvivenza: nei lunghi millenni nei quali la specie umana si è evoluta, di norma, soprattutto gli individui capaci di provare una istintiva paura riuscivano a vivere abbastanza da potersi riprodurre e quindi trasmettere i propri geni. Non meno determinante però fu anche l’origine sociale della paura, intesa come stimolo “culturale” indotto e inducente a comportamenti ritenuti vantaggiosi. In questo senso, se la prima colonna sulla quale si fonda il sentimento della paura così radicato nell’uomo è stata l’istinto, l’educazione e il contesto sociale hanno rappresentato la seconda.
Sentiva di sfuggire così ai pericoli mortali quell’individuo sociale che sapeva istintivamente, oppure aveva imparato, come provare una sana paura di fronte ai rischi noti e anche di fronte all’ignoto, che sempre poteva celare insidie ancora sconosciute.
Risulta ovvio che una sana paura abbia giocato un ruolo determinante nell’evoluzione di ogni specie animale.
Ma risulta altresì evidente che senza un’altrettanto sana curiosità la paura così descritta avrebbe frenato drasticamente ogni scoperta, ogni sorpresa, ogni meraviglia, e quindi in definitiva ogni sviluppo individuale e sociale.
Munch, L'urloCartesio associava la paura alla sorpresa, e in questo ancor oggi gli diamo ragione riconoscendo gli effetti delle scariche adrenaliniche nel nostro corpo sottoposto a spaventi improvvisi.
Eppure, soprattutto negli esseri umani della nostra epoca, che sono assai raramente assaliti dai predatori della savana come lo furono i loro antenati, è innegabile come la paura sia un fenomeno da studiare anche in ambito psicologico. Inquietudini, paure ossessive, angosce emergono dal profondo rivolte spesso all’ignoto che permea l’esistenza.
L’illuminismo volle relegare le ataviche paure fra le superstizioni dannose, e l’uomo progredito dovrebbe riconoscere in sé l’inutilità di certe paure finalizzate un tempo alla sopravvivenza della specie, mentre il passato culturale dell’uomo occidentale evoluto dovrebbe teoricamente renderlo pressoché immune. L’analisi psicologica ci fa spesso riconoscere come la paura sia quasi sempre una pessima consigliera nelle questioni quotidiane, e un freno limitante alle esperienze, alle opportunità, alla crescita.
Ciò nonostante il fenomeno, soprattutto dal punto di vista sociale, rimane complesso e controverso. Riconosciamo quindi con Delumeau la grande rilevanza della paura nella storia occidentale, almeno dal Medio Evo a oggi.
Le società angosciate e rese insicure hanno quasi sempre generato paure collettive: per esempio Charles Heimberg dell’Università di Ginevra rileva che tali paure fittizie e indotte mascherino spesso quelle reali celate nel profondo.

Bruegel, Trionfo della Morte, 1562Le paure collettive del Medio Evo

L’antica paura degli abissi del mare, l’atavico timore del buio, della guerra, della fame, della morte hanno indubbiamente segnato la storia del pensiero occidentale e continuano a marcarne le tappe.
Questa escatologica paura di volta in volta trovò occasione di diventare collettiva e ossessiva, con comportamenti eccessivi tipici della psicologia di massa, soprattutto nel Medio Evo focalizzandosi nella paura di un generico quanto terribile “male”.
La paura del male personalizzato nella figura del diavolo raggiunse il suo apice nel XIV secolo: Satana poteva apparire e agire sotto le diverse forme dei nemici della cristianità, di volta in volta associabili ai pagani idolatri, agli ebrei, ai musulmani, agli eretici, ai turchi, alle streghe (talvolta semplicemente alle donne), agli untori, ai diversi di turno.
Non a caso “Mamma, li Turchi!” è un’esclamazione ancora viva nella memoria collettiva europea.
Vedere gli “altri” come pericolosi nemici è da sempre un modo per decolpevolizzare la società, addossando loro colpe e responsabilità di ogni male: in questo clima nacquero le cacce alle streghe e agli untori, le persecuzioni razziali e religiose, le “pulizie etniche” e altre aberranti azioni collettive. I cosiddetti secoli bui del Medio Evo rievocarono così le ancestrali paure dell’uomo generando e diffondendo tenebrose fobie collettive.
Come effige simbolica del maligno avversario furono scelte le caratteristiche di Pan, divinità pagana delle selve, amante della musica dell’antico flauto, licenziosa come un satiro, emblema della libertà dalle convenzioni sociali. In questo modo si associarono il diavolo e i suoi malefici ai retaggi del passato pagano che ancora sussistevano nelle usanze popolari, nei riti e nelle pratiche legate all’antica Magia Naturalis. Al diavolo e ai malefici furono accomunati ebrei, eretici e presunte streghe, che divennero l’oggetto dell’odio popolare scatenato dalla paura collettiva.
Le terribili epidemie di peste bubbonica del XIV secolo avevano colpito duramente le popolazioni europee: la paura della “morte nera” era collegata all’ignoranza delle modalità del rapido contagio, all’impossibilità di curarne i sintomi, alla profonda credenza della maledizione divina scagliata contro l’umanità peccatrice e corrotta.
Un tempo si tendeva a diffidare della stagione calda e umida segnalata in cielo dalla costellazione del Cane, secondo la tradizione ippocratica, “Canis sydum morbum praenunciat”, oppure fenomeni astrali sfavorevoli e anomale come le eclissi, le comete che si diceva corrompessero l’aria, gli anni bisestili, ma si diffidava anche dei ceti sociali inferiori, accusati apertamente di essere veicoli del contagio con i loro atteggiamenti e pessime abitudini alimentari conseguenti alle frequenti carestie.
La credenza nella pestis manufacta portava spesso all’individuazione degli spargitori, untori più o meno consapevoli, del contagio, dilaniando il tessuto civile già compromesso dal morbo. La collettività mortalmente ferita reagiva spesso con delirio aggressivo, e, nel vano tentativo di esorcizzare il male, cadeva preda della follia.
E nel clima di insicurezza crescente la paura trionfava trasformandosi in panico.

Le paure collettive di oggi

Ancora oggi, malgrado lo sviluppo delle conoscenze scientifiche e il progresso sociale, percepiamo vive minacce alla sicurezza delle nostre comunità: nuove aggressive malattie infettive come Ebola sembrano invincibili e non così lontane, nuovi nemici invisibili come i virus, nuovi barbari con neri vessilli che spargono il terrore, nuovi terroristi organizzati per missioni suicide, nuovi sconosciuti pericoli che si nascondono ancora una volta dietro “l’altro”, il diverso da noi, lo sconosciuto.

Ma la paura è nostra e solo nostra, e solo noi possiamo permetterle di condizionare la nostra vita. Il nostro animo è vulnerabile alla paura come e più di quello dei nostri preistorici antenati.
La paura è l’unico vero virus che può infettarci pericolosamente, contaminare la nostra pace interiore, renderci davvero corrotti.
Apocalypto, M. GibsonNella prima parte del film di Mel Gibson Apocalypto (2006) c’è un interessante dialogo fra il giovane cacciatore Zampa di giaguaro e suo padre Cielo di selce. Il loro gruppo si è appena imbattuto nei superstiti di una tribù in fuga dopo l’aggressione di crudeli nemici.
Chiede il padre: “Che cosa hai visto in quelle persone nella foresta?
Non capisco”.
Paura. La paura che distrugge. Loro ne erano infettati. Hai capito? La paura è una malattia. Striscia nell’anima di chi la prova. Ha già contaminato la tua pace. Non ti ho cresciuto per vivere nella paura. Cancellala dal tuo cuore! Non la portare nel nostro villaggio! Alle prime luci ci riuniremo con gli anziani sulla collina sacra dei nostri padri: chiederemo ai loro spiriti di guidarci”.
Gli antichi gruppi tribali avevano questa grande medicina sociale di cui l’uomo moderno è molto carente: la solidarietà interna, una coesione fatta di esperienze comuni e di affetti, di conoscenze, di saggezza tramandata dagli anziani, di regole e soprattutto di valori condivisi, e di senso del sacro.
Queste sono sempre state le difese immunitarie naturali dell’uomo contro la paura.

La civiltà occidentale oggi è esposta certamente a pericoli reali, ma soprattutto è vulnerabile alla paura che ne ha condizionato lo sviluppo di una fragile struttura interna fin dalle medievali fondamenta.
La paura è ambigua: se fisiologica è una naturale protezione dai rischi, se eccessiva essa diventa patologica e genera blocchi, chiusure, freni allo sviluppo individuale e sociale.
Per non permettere a questa paura patologica, talvolta indotta ad arte nei nostri animi per strumentale manovra socio-politica, di condizionare le nostre scelte e la nostra serenità non ci resta che osservare il nostro passato, conoscere e analizzare obiettivamente il fenomeno e le sue cause, e affidarci alla lucidità dell’intelletto, ben presente nelle parole di un grande uomo della nostra stessa civiltà occidentale, Franklin Delano Roosevelt, pronunciate in momenti difficili della nostra storia:
Lasciate che affermi la mia convinzione: l’unica cosa che dobbiamo temere è la paura stessa!”.
Giovanni Pelosini