Giocando Martino: da un’Opera Alchemica a una Poesia Simbolica

Giocando Martino

Testo ispirato all’opera di Martino Barbieri Calori “Labirinto Alchemico – io non mi accetto, 7/11/06″ (foto a fianco)

Il bambino sporge la sua manina fuori dall’utero materno cercando accoglienza ed accettazione: può trovarla nel tittillare il capezzolo materno? O forse è questo un modo per tornare alle origini primordiali del seme che lo generò e che ne indicò il cammino in gran parte segnato?

Non si scappa, piccolo, ti aspettano le caselle di un percorso ad ostacoli: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16 …

A 17 anni rischi di cambiare vita o di cambiare morte.

18, 19, 20, 21, 22 …

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Danza della Terra, Canto Comanche

La Danza della Terra

Canto della Nazione Comanche

Ruota la terra, la terra sta ruotando.

Coloro che rifiutano di danzare vogliono morire.

Noi danziamo e la terra gira, la terra sta danzando.

Noi regoliamo le nostre vite sul Sole e sulla Luna: il loro volto è il nostro volto.

Con le mani teniamo alta la Luna.

Siamo figli degli alberi quando la Luna giace fra i rami.

Abbiamo occhi intatti, a sembianza d’uccello.

Noi cavalchiamo soli lungo la calda carezza del Sole.

Abbiamo un luogo in cui andare oltre la frangia dorata dei sogni.

In questo antico canto amerindiano si può leggere oggi tutta la struggente nostalgia per un mondo passato in cui l’uomo ancora si sentiva parte dell’universo e della natura, regolando la propria vita con i ritmi del Sole e della Luna, delle stagioni e dei sogni. Cielo e Terra, alberi e animali sono, con l’uomo, un unico essere vivente che ha sempre un luogo in cui andare, e che ha sempre un motivo per “essere”.

Giovanni Pelosini

L’Eco dell’Universo (di Rosella Bargione)

L’Eco dell’Universo

Poesia di Rosella Bargione, 25 giugno 2011

Quando si spenge una stella c’è eco nell’Universo?

Sentirà dolore non potendo più diffondere la luce che manifestava la sua essenza?

In silenzio si nasconderà nel buio per non mostrare il suo nero pianto.

Gli astri vicini all’inizio si interrogheranno sulla sua assenza,

poi volgeranno lo sguardo all’oriente di un nuovo sole.

Finalmente, in completa solitudine, la stella potrà abbandonarsi al ricordo

di luminosi momenti d’amore che la facevano brillare d’oro puro.

Si farà cullare da brezze siderali senza doversi occupare di coloro che, pur amandola, le hanno sottratto la sua luce.

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Luna Piena d’Alabastro prima del Solstizio d’Estate 2011

Luna Rossa per l’Eclisse Totale nel Castello di Querceto

In attesa del Solstizio d’Estate delle 19.18 del 21 giugno 2011, si è celebrato il Plenilunio del 15 giugno con una bella serata all’insegna dell’arte nel Castello di Querceto, con la Luna Rossa che è spuntata dalle colline orientali già in totale oscuramento, perfettamente visibile nel cielo terso e sgombro di nubi, mentre ancora le ultime luci del crepuscolo coloravano la costa degli Etruschi. Nel frattempo l’arpa di Evelyne Huber colorava l’atmosfera già magica del borgo di antichi richiami celtici e mitteleuropei e il bianco luminoso dellarte di S’nim Ho era un invito alla Luna a mostrarsi ancora recuperando il consueto candore dell’alabastro volterrano. Ursula Vetter ha fatto gli onori di casa da un naturale palchetto erboso al numeroso pubblico intervenuto. Subito dopo il tramonto Mauro Andreani, in mistico silenzio,  ha simbolicamente seminato “idee” nel prato già fecondo di alchemica rugiada lunare e presolstiziale: un augurio a veder sorgere presto “piantine” filosofiche e artistiche. Continua a leggere »

Come Albero Tenace di Gianfranco Taglialatela

Come albero tenace

Poesia di Gianfranco Taglialatela, 2010

Intono litanie al tuo improbabile ritorno,

sospendendomi sulle vette raggianti che tu accendesti

portandomi in volo coi tuoi ricami nel cielo.

Ma sul pendio che guarda alla tua valle

io cauto insisto

e sono un albero tenace che irretisce la tua frana.

Perché se invece seguissi il fiume

che vuol gettarsi ora da questa fonte,

io scenderei ad incombere come inquieto rapace,

senza preda né approdo.

Spuntano nella lirica di Taglialatela evanescenti eppur concreti simboli del suo essere sensibile e attento ai segnali sottili dell’universo. Le preghiere affidate al cielo dalle vette luminose sono i pensieri di un Eremita che guarda indietro per osare di guardare in alto, con cautela e tenace insistenza, in solitudine. Un Eremita che, immobile e paziente, sceglie di trasformarsi in albero solitario e di affondare le radici nella roccia piuttosto che volare in basso come un’aquila in picchiata alla ricerca di illusorie prede e inconsistenti rifugi: un atto di amore verso la montagna.

Giovanni Pelosini

Trilussa: Ninna Nanna della Guerra

Ninna nanna, nanna ninna, er pupetto vò la zinna:

dormi, dormi, cocco bello, sennò chiamo Farfarello

Farfarello e Gujermone che se mette a pecorone

Gujermone e Ceccopeppe

che se regge cò le zeppe cò le zeppe

d’un impero mezzo giallo e mezzo nero.

Ninna nanna, pija sonno

ché se dormi nun vedrai tante infamie e tanti guai

che succedeno ner monno

fra le spade e li fucili de li popoli civili …

Ninna nanna, tu nun senti li sospiri e li lamenti

de la gente che se scanna per un matto che commanna;

che se scanna e che s’ammazza a vantaggio de la razza…

o a vantaggio d’una fede per un Dio che nun se vede,

ma che serve da riparo ar Sovrano macellaro. Continua a leggere »

Pablo Neruda: Lentamente Muore chi Diventa Schiavo dell’Abitudine

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine,

ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,

chi non cambia la marcia,

chi non rischia e cambia colore dei vestiti,

chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione,

chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle “i”

piuttosto che un insieme di emozioni,

proprio quelle che fanno brillare gli occhi,

quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,

quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore

e ai sentimenti. Continua a leggere »

Gabriel Garcìa Márquez: Lettera d’Addio

A un bambino gli darei le ali, ma lascerei che da solo imparasse a volare. Ai vecchi insegnerei che la morte non arriva con la vecchiaia, ma con l’oblio.

Tante cose ho imparato da voi uomini…

Ho imparato che tutti quanti vogliono vivere sulla cima della montagna, senza sapere che la vera felicità risiede nella forza di risalire la scarpata.

Ho imparato che quando un neonato stringe con il suo piccolo pugno, per la prima volta, il dito del padre, lo racchiude per sempre.

Ho imparato che un uomo ha diritto a guardarne un altro dall’alto solo per aiutarlo ad alzarsi. Continua a leggere »

L’Era del Toro

L’Era del Toro (1997)

Mi piacciono i falchi che solcano il vento.

Mi piace guardare l’azzurro del mare.

Se l’arida terra mi copre le mani,

mi piace lavarle nell’acqua di fonte.

Del fieno tagliato mi piace l’odore,

del magico fuoco il vivace colore.

Mi piace del sole d’aprile il tepore.

Mi piace guardare le nuvole in cielo.

Mi piacciono i falchi che solcano il vento.

Giovanni Pelosini

Così sogniamo essere stata intorno a 5000 anni fa la primordiale civiltà agricola nel continente euroasiatico: un mondo bucolico fatto di Terra, Acqua, Aria e Fuoco ritmato dai cicli stagionali, rispettoso della sacralità della natura, pieno di profumi e di colori. Poter e saper ancora gustare il piacere di vedere un falco solcare il vento, di sentire l’odore del fieno appena tagliato e il tepore del sole primaverile sulla pelle, di osservare il mare azzurro dalle dolci colline coltivate è un bene raro e prezioso: un legame con le proprie radici, con la Terra che ancora ci accoglie e ci nutre, con noi stessi.

(Nell’immagine: uno dei due gheppi nati nel 2010 su un cipresso a venti metri dalla mia casa in uno dei suoi primi voli).  GP

Fratelli d’Italia, Simboli e Storia dell’Inno di Mameli

Il 17 marzo 2011 è stato celebrato il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Fu, infatti, nel 1861 che fu proclamato il Regno d’Italia, dopo la seconda Guerra d’Indipendenza, l’avventurosa campagna di Garibaldi, i plebisciti e le favorevoli circostanze politiche internazionali. Una vera e propria unificazione nazionale, al di là della comune lingua e cultura, però aveva necessità di simboli: uno fu il vessillo tricolore verde, bianco e rosso, che i patrioti italiani avevano cominciato ad usare fin dal periodo napoleonico; l’altro avrebbe dovuto essere un inno in cui riconoscersi. Giuseppe Garibaldi dimostrò di aver compreso bene il grande valore simbolico di un inno nazionale, di parole e musica che fossero portatrici di un condiviso senso di unità e che, come fanno i simboli propriamente detti, parlassero direttamente e con immediatezza al cuore dei cittadini e dei soldati, non tanto alla loro mente razionale. Il generale a questo proposito scrisse: “Perché i nati sotto il cielo d’Italia non abbisognano dell’estraneo per redimersi, ma d’unione e d’un inno, che li colleghi, che parli all’anima dell’Italiano coll’eloquenza del fulmine! la potente parola del riscatto”. Continua a leggere »