Intuire (di Lorenzo F.L. Pelosini)

Ben ritrovati, amici! È passato un po’ di tempo, ma sono contento di essere di nuovo su questo blog. Nelle settimane trascorse senza questa piccola preziosa pagina di sfogo, avevo dimenticato quanto mi fosse utile condividere con voi i miei pensieri. Allora, oggi vorrei parlarvi, appunto, di un’intuizione che ho avuto. Immagino che quelli di voi che hanno letto Il Fantarealismo già conoscano le mie opinioni riguardo all’immaginazione e al suo ruolo “creazionistico”, ma oggi vorrei parlare dell’intuizione.

Di recente ho pensato ai grandi innovatori che hanno fatto la storia, geni appartenenti a tutti i campi della scienza, della politica, dell’arte, persone che avevano portato avanti con ostinazione propositi folli per tutta la vita. Ho pensato ad Einstein, Picasso, Galileo, Giordano Bruno e ho pensato a Don Chisciotte. Sebbene quest’ultimo sia frutto dell’inchiostro di Cervantes, è a buon diritto il capostipite di tutti i perseveranti sognatori e di tutti gli idealisti folli. Tutti questi uomini sono andati contro le credenze del secolo in cui sono vissuti, incrinandone, talvolta frantumandone come uno specchio, la validità. Immagino, forse idealizzandoli, che un giorno si siano svegliati e quella inquietudine eterea che li animava da sempre abbia di colpo trovato uno sfogo, un corpo, un canale. Avevano capito dove cercare l’errore di calcolo della loro epoca. Ebbene, Einstein aveva passato i primi anni della sua vita venendo considerato solo un povero teorico perso nel suo mondo di matematica pura, ma a soli ventisei anni di età, cambiò per sempre la visione del mondo e quattordici anni più tardi, grazie agli esperimenti di Eddington, la sua Teoria della Relatività generale venne provata: si dimostrò che lo spazio era curvo. L’universo gli aveva dato ragione, e il giovane fisico poteva esibirsi nella più famosa linguaccia della storia moderna: “Alla faccia vostra, retrogradi! Avevo ragione io!

Ma poi ho pensato a Galileo. Considerando l’epoca, non aveva meno prove di Einstein a sostegno delle sue teorie astronomiche, ma prima che il suo lavoro, molto tempo dopo, divenisse il fondamento dell’alba dell’era scientifica, fu condannato per eresia dal Santo Uffizio e costretto all’abiura. Sapeva di essere nel giusto, ma il mondo tardò a comprendere e ad accettare il suo genio. Un suo contemporaneo, Giordano Bruno, negli stessi anni ipotizzò nei suoi trattati filosofici l’infinità dell’universo e la pluralità dei mondi. Fu bruciato in Campo dei Fiori come eretico. Solo trecento anni più tardi, le sue teorie sul cosmo furono rivalutate come assolutamente valide. Bruno non era uno scienziato, le sue teorie non derivavano da un osservazione empirica, ma dalla semplice intuizione filosofica.

Lasciate ora che vi proponga come di consueto la solita digressione cinematografica. Per farlo dovrò svelare il finale di un film: Contact di Robert Zemeckis. Nel film suddetto la protagonista, tale dottoressa Arroway, scienziata razionale e scettica, ma determinata a stabilire un contatto con un’altra civiltà, viene scelta come pilota di una navicella costruita sulla base di una trasmissione aliena che dovrebbe condurla alla fonte del segnale. La navicella parte, lei attraversa un buco spazio temporale e si trova a vivere un’esperienza inimmaginabile che la cambierà profondamente e che io non specificherò. Sta di fatto che al suo ritorno, sulla Terra è passato un solo nanosecondo dalla sua partenza e il viaggio non è stato registrato dagli strumenti. Così la povera dottoressa viene accusata di aver sognato tutto o peggio di aver messo su una gigantesca montatura. In tribunale, di fronte alle accuse dei suoi colleghi, la dottoressa si ritrova, in contrasto con la sua stessa mentalità, a fare la parte della mistica, sostenendo con fermezza un’esperienza che non può negare di aver vissuto, pur non potendo provare né agli altri né a se stessa di averlo solo immaginato.

Mi sono chiesto allora: dov’è situato veramente il confine della scienza se non nel tempo? Jules Verne nel 1865 immaginò un viaggio sulla Luna che all’epoca era follia inattuabile, ma è anche grazie a ciò che lui ha scritto che, un secolo più tardi, quella fantasia era divenuta realtà. La differenza fra un’artista e uno scienziato è che l’artista si muove nel campo del bello e del brutto, ma mai in quello del torto o della ragione, anche perché, come diceva Adorno, “l’arte è magia, liberata dalla menzogna di essere verità”. Le opere di Escher, Miro o di Dalì sono quindi straordinariamente evocative e del tutto nuove, originali e sintomatiche di una psiche che percepisce il mondo in modo unico ed inimitabile, ma ciò non implica che in esse vi sia verità oggettiva. Mi viene da pensare tuttavia a cosa accadrebbe se fra cento o mille anni si scoprisse che in dimensioni attigue alla nostra, la struttura geometrica dei corpi si sviluppa in modo del tutto simile a quello suggerito dal Cubismo di Picasso. Questo non renderebbe il pittore spagnolo di gran lunga più lungimirante di quanto già non appaia? Certo, è un’ipotesi paradossale, ma di fatto non priva di senso, se manteniamo una mentalità aperta.

Abbiamo già avuto prova di come la filosofia, persino l’arte, siano poi divenute la scienza del futuro. Molte delle intuizioni che abbiamo, per quanto assurde e attualmente prive di riscontro empirico, potrebbero in realtà essere le prime parole o immagini di un messaggio che inconsciamente percepiamo dal cosmo. Non avendo ancora le capacità o i mezzi per provarlo o addirittura per razionalizzarlo ed esprimerlo a parole, potremmo intanto imprimerlo nell’unico mezzo che non necessita di essere vero per esistere: l’arte; sotto forma, magari, di una tela piena di scale impossibili e paradossi visivi di ogni genere. Forse non avremo la fortuna di Einstein e non saremo lì per vedere la nostra idea divenire realtà e verremo dimenticati o considerati per anni, o secoli, o millenni, dei folli Don Chisciotte che corrono a lancia spianata contro i mulini a vento, ma con un po’ di fortuna, il nostro lavoro, di cui siamo stati artefici tutt’altro che consapevoli, potrebbe tornare alla luce e i cerchi concentrici creati da quel sasso che colpisce l’acqua della nostra percezione come la mela sulla testa di Newton potrebbero espandersi fino a intersecarsi con altre circonferenze generate in altri Dove e in altri Quando da un input non dissimile dal nostro e altrettanto apparentemente folle, creando così una parvenza di sapere oggettivo, che con altrettanta fortuna, potrà essere scardinato e sovrascritto all’infinito da una forma di conoscenza sempre più perfetta.

Lorenzo F.L. Pelosini



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