Archivio del 18 giugno 2011

Il Simbolo del Graal per Julius Evola

Nell’epoca che ci ha immediatamente preceduto, le tradizioni riferentisi al Graal hanno destato principalmente due specie di interesse. È stato, anzitutto, un interesse fra il letterario e lo spiritualista, fra il romantico e il mistico, con tinte prevalentemente cristianeggianti. Qui più che diretto, serio contatto con le fonti della leggenda, ha agito ciò che di essa, in assunzioni in larga misura deformatrici e arbitrarie, ha fatto conoscere il pathos musicale del Parsifal di Richard Wagner. In secondo luogo si è avuta una lunga serie di studi accademici sul Graal, ove è entrato in funzione il disanimato meccanismo critico, analitico e comparativo di ricerca di fonti, esame dei testi, accertamento di cronologie e di influenze empiriche, proprio al metodo che ai nostri giorni si è convenuto di chiamare «scientifico». All’uno come all’altro di questi modi di considerazione l’essenza del Graal sfugge del tutto. Il Graal non ha a che fare né con le divagazioni mistiche degli uni, né con le anatomie erudite degli altri. Il Graal ha un contenuto vivo, un «mistero» che a tutt’oggi può dirsi in larga misura ignorato. Solo dal punto di vista di una disciplina che sappia cogliere la realtà di ciò che si nasconde dietro a simboli e a miti primordiali e, poi, da quello di una metafisica della storia esso può esser colto secondo il suo significato più vero e profondo.

Julius Evola (Giulio Cesare Andrea Evola, 1898-1974), Il mistero del Graal, 1972